Vivere la Quaresima come preludio

alla Primavera? alla Pasqua? insieme?

Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A nell’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa” Mt 5, 13 – 15.

Nel mondo antico il sale era così prezioso, una metafora così densa di significati da insediarsi subito nel mondo del sacro” Dovrai salare ogni tua offerta di oblazione: nella tua oblazione non lascerai mancare il sale dell’alleanza del tuo Dio; sopra ogni offerta porrai del sale ( Lv 2, 13).

È nota l’usanza di spargere del sale sopra la pergamena di un trattato di pace o di alleanza, come auspicio di lunga durata. Il sale, che conserva gli alimenti, diventa simbolo della conservazione di ciò che vale e merita di durare.Voi siete il sale”, voi discepoli avete il compito di preservare ciò che alimenta la vita sulla terra, tutte quelle cose che meritano di durare.

Allora il Vangelo che noi portiamo penetra nella storia e nelle cose come sale, come istinto di vita, che si oppone al loro degrado e le fa durare. L’accento delle parole di Gesù è posto però, sul dare sapore, il sale è vigoroso, ha un sapore deciso, non è, direbbe Giobbe 6, 6. un brodino di malva.

“Ma se il sale perde sapore …”. Una frase dura, severa, che ci fa molto pensare perché, tutti noi possiamo perdere il Vangelo. E non servire più a niente. E succede quando ci attacchiamo all’apparato, alle apparenze, al si è sempre fatto così, al superfluo, a ciò che è consuetudine, abitudine, pigrizia mentale e dimentichiamo il sale, il sapore vivo e vitalizzante del Vangelo; direbbe Gustav Mahler: “ ci diamo da fare per adorare la cenere invece di custodire il fuoco”.          

Gesù raddoppia la metafora del sale con quella della luce; convoca per noi, per il nostro cammino di fedeltà e bellezza di questo preludio pasquale e primaverile: il gusto e la vista. Il sale non ha sapore per sé, nessuno mangia il sale; il sale è importante perché sciogliendosi esalta il sapore del cibo. La luce non illumina se stessa, non splende per sé, ma per illuminare le cose e i volti.

La lampada non è messa sul candeliere per essere ammirata, ma per fare luce a quelli di casa. L’umiltà del sale e della luce che non attirano l’attenzione su di sé, non si mettono al centro, ma valorizzano ciò che incontrano.

Così l’umiltà necessaria alla Chiesa, ai discepoli del Signore, e ad ogni credente, comunque creda; ma potremmo semplicemente dire di ogni persona normale, credente o laica che sia, che non devono orientare l’attenzione su di sé, ma sul pane e sulla casa comune, sullo sterminato accampamento degli umani, la loro fame e sete di cibo, di acqua, di senso, di rispetto, di libertà e dignità riconosciuta.

C’è come un movimento discendente, come un perdersi della luce nelle cose e del sale dentro di esse, del lievito dentro la massa. Movimento di incarnazione che continua. Osserviamo l’azione della luce: non fa mai violenza, semplicemente accarezza le cose, e con il suo tocco ne fa emergere i colori e la bellezza.

Anche noi siamo chiamati ad avere sguardi luminosi, che quando si posano sulle persone fanno emergere tutto ciò che di più bello hanno; la bellezza dei volti, dello sguardo, dei cuori, delle relazioni che vivono, della giustizia a cui anelano e che portano, dell’amore di cui sono capaci.

Avere quasi un pregiudizio positivo sulla vita di tutte le creature, una fiducia anticipata su tutto. Una luce di cui siamo chiamati ad esserne i custodi.

Osservo il sale. Fino a che rimane chiuso nella sua scatola più o meno preziosa, non serve a niente. Il suo scopo è uscire dalla scatola e perdersi per rendere più buone le cose. Si dona e scompare.

La Chiesa, miei cari amici. A questo è chiamata, per questo, solo per questo esiste: fare più buona, più bella e più umana la vita. E questo vale anche per ciascuno di noi.

Pensiamoci in questo cammino che è il preludio alla Pasqua del Signore. Se mi chiudo nel mio io, se vivo ponendo me stesso al centro di tutto, se non partecipo alle gioie e ai sogni, alle fatiche e all’esistenza degli altri, posso anche vivere senza alcun peccato, custodire intatte tutte le mie virtù e non essere per niente in grazia di Dio. Gesù dirà:” chi vive per sé stesso muore, ma chi vive e crede in me … Gv 11, 26 e Paolo ai Romani 14, 7 – 12 … vivere in Cristo, vivere per Cristo significa vivere, agire, pensare, amare come ha fatto Lui che passò amando e beneficando tutto e tutti.

Sale e luce non hanno lo scopo di perpetuare se stessi, ma di effondersi. Non sono il fine di se stessi, sono un mezzo. Così per la Chiesa e per ogni battezzato, non siamo un fine ma un mezzo per rendere più bella la vita delle persone, per dare sapore e bellezza a questo tempo, il nostro tempo, quello che ci è dato per dire se e quanto siamo e vogliamo essere umani, per dare pienezza di umanità a questo mondo.

Credo sempre di più che se il nostro essere cristiani, se il nostro annunciare il Cristo risorto non conforta, se non dona attenzione, cura e tenerezza a questo mondo e a chi lo abita, lasciamoci abitare dal dubbio che forse non è di Gesù Cristo che stiamo parlando.

Da una libera riduzione di Ermes Ronchi in

“Le nude domande della fede”. e.p.
San Bartolomeo: omelia, 14 febbraio 2018 – le ceneri.