Commento al Vangelo della trentesima domenica

Anche noi,mendicanti di luce. Un mendicante cieco, il più perduto dei figli di Dio; cieco e mendicante, smarrito nella polvere delle strade di Palestina, uno che vive solo se qualcuno, dal cielo o dalla terra, gli presta attenzione o ascolto, uno dei tanti sconfitti, un perdente nato, considerato “ figlio del peccato”, un non benedetto né da Dio e neppure dalla fortuna.

Bar = figlio di Timeo che significa onorevole ma che nessuno ha mai considerato importante, tant’è vero che nel calendario nessun santo porta questo nome. Passa Gesù e Bartimeo sente che può essere la sua salvezza, lui è un mendicante, alzare la voce per chiedere gli è normale; e chiede usando la più umana delle preghiere:” Gesù, abbi pietà di me”.

Penso che siamo un po’ tutti mendicanti di luce nella nostra vita, siamo un po’ tutti mendicanti se non altro per imparare a vedere meglio il volto di chi ci sta di fronte. Imparare a cogliere la domanda di vita di chi ci sente prossimo e amico senza costringerlo ad umiliarsi per chiedercelo. Quando si ama veramente qualcuno, i nostri occhi leggono in profondità e il dono previene la richiesta. Sentiamoci un po’ mendicanti di vita, di luce, di grazia. SILENZIO.

Signore pietà. Cristo pietà. Signore pietà. , ………. ABBRACCIO E LODE.

La preghiera -SIGNORE pietà – è rimasta nelle nostre liturgie nella formulazione antica di Kyrie eleison, confinata purtroppo nell’ambito della liturgia penitenziale all’inizio della messa. Nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, questa preghiera non è fatta solo per chiedere perdono, chiede molto di più ed è la preghiera più esistenzialmente umana e nostra.

Noi tutti siamo mendicanti! Siamo mendicanti di luce, mendicanti di vita, mendicanti di una ragione per vivere, una ragione per amare, e una ragione per lottare, e per una infinità di ragioni vasta come vasti sono i nostri bisogni, le nostre fragilità, le nostre paure, le nostre ferite e le nostre fatiche.

Questa preghiera: Signore Pietà, sollecita Dio ad esserci Padre, sollecita Dio ad offrirci un grembo materno che ci accolga, chiediamo al Signore di considerarci sempre vita da Lui generata, amata e perennemente in gestazione perché la misericordia di Dio non può darci niente di meno di tutto ciò che serve per vivere da umani; anche il suo perdono e la sua Grazia se vogliamo che la nostra umanità sia vera.

Bartimeo non sta domandando pietà per i suoi peccati, ma per i suoi occhi spenti. Sta invocando il Signore che dona la vita e chiede: mostrati padre, sentiti madre di questo tuo figlio che ha fatto naufragio, ridammi alla luce! Dammi un’altra possibilità!

Sconcertante il seguito! Taci! Disturbi! È terribile pensare che davanti a Dio la sofferenza sia fuori luogo, che il dolore possa disturbare. Ma è ancora così. Abbiamo ritualizzato la religione e un grido fuori programma disturba. Ma la vita è tutta un fuori programma, la vita non è un rito.

Gesù ci insegna ad ascoltare l’umano, perché c’è nell’uomo, in ogni uomo come in ogni donna un gemito di cui abbiamo perso l’alfabeto; un grido su cui non riusciamo più a sintonizzarci, non ci riusciamo come credenti, neppure come preti, neppure ci riescono i politici e quanti, per professione dovrebbero capirci e riuscirci. Tornassero almeno i profeti e i poeti ad insegnarci l’ascolto del cuore umano!

Siamo noi i mancati profeti di questo tempo, noi i muti poeti che non cantano più perché abbiamo smesso di ascoltare l’uomo comune, l’uomo della strada, l’uomo gettato ai margini, l’umanità a cui sono stati rubati i sogni.

Cari amici; qualche volta chiediamoci perché stiamo diventando così servili verso il potere e così duri verso i deboli. Chiediamoci perché i poveri ci fanno paura e li sentiamo pericolosi. Perché agli impoveriti diciamo di stare zitti anche quando gridano dolore e verità, chiedono ascolto e dignità, mentre con i vincenti e con i potenti, spesso anche con i prepotenti siamo sempre pronti a fare credito anche quanto mentono?

È troppo chiedere a noi stessi di imparare ad ascoltare chi grida ai margini del sistema?

Gesù lo chiama e Bartimeo compie gesti di vita rinata. Sentirsi amati porta a vivere la fede come liberazione, come guarigione. Bartimeo guarisce come uomo prima che come cieco. Guarisce al suono della voce di chi si è accorto di lui; esce dal suo naufragio umano e, finalmente non si sente più ultimo, non più uno scarto di umanità, ma uomo come tutti gli altri.

Si sente chiamato con amore e la sua vita si riaccende. Sentire che qualcuno ci ascolta e ci rivolge la parola ci rende fortissimi. Anche noi, mendicanti di luce e di vita, capaci finalmente non solo di avere occhi guariti ma portatori di uno sguardo nuovo su di noi e su chi ci vive accanto, anche se si tratta di naufraghi in cerca di una nuova possibilità.

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