Commento al Vangelo della domenica: Lc 2,22-40

Festa della Sacra famiglia – dove i figli sconvolgono le vie dei padri
Non è facile parlare della Sacra famiglia e spiegare i motivi del perché la veneriamo. È una famiglia insolita quella di Nazareth, non possiamo prenderla come modello se non per pochissimi aspetti; certamente è un modello di fede, un abbandonarsi nelle mani di Dio, una grande capacità di sognare e di custodire sogni nel cuore.

Grandissime sono le fatiche e le difficoltà che questa famiglia, sicuramente santa ma non privilegiata, non esentata dalle prove e dalle ferite della vita e del vivere deve affrontare, e questo la rende simile a tante famiglie dei nostri giorni, impoverite, perseguitate o, semplicemente e tragicamente lacerate al loro interno.

Famiglia santa, quella di Giuseppe e Maria. Famiglia costretta a emigrare perché minacciata di morte come tante famiglie che chiedono oggi ospitalità al nostro vecchio occidente conquistatore e colonialista, e al tempo stesso egoista e impaurito.
Una famiglia quella in cui nasce Gesù che chiede semplicemente di essere accolta, abbracciata, amata. Noi facciamo sempre più fatica ad accogliere, ad abbracciare, ad amare, soprattutto i poveri.

MA È DA QUÌ CHE VOGLIAMO INCOMINCIARE.

Nessuna retorica dunque ma un sereno sguardo di fede su questa festa. Fede! È quel piccolo oggetto prezioso che gli sposi e gli innamorati si mettono reciprocamente al dito per dire tutta la bellezza e la grandezza di ciò che abita il loro cuore. Espressione di un immenso sogno o segno di grandi e dolorose ferite. Eppure ancora sogno e desiderio di una nuova primavera possibile per chi non sa vivere senza un po’ di amore, senza qualcuno che ci cammini al fianco, e non si rassegna al fallimento.

Fede come atteggiamento interiore, attesa che Dio, almeno Dio sia nutrimento a vite che vorrebbero essere generose. Scoprire che forse non esiste un unico modello di famiglia e che i modelli da noi conosciuti non valgono staticamente per sempre ma che vivono, crescono e camminano con la vita e del vivere ne assorbono miseria e nobiltà.

Forse è destabilizzante rispetto alle granitiche certezze del “finché morte non ci separi”, ma oggi siamo drammaticamente chiamati a rendere vera l’affermazione che la famiglia o risponde a una vocazione dall’alto o famiglia rischia di non esserlo per niente.

Neppure le indicazioni che ci vengono dall’apostolo Paolo valgono tutte pienamente. La dottrina di Paolo in merito alla famiglia riportata soprattutto in Efesini e Corinti non vale più di tanto perché specchio del suo tempo, della sua cultura, della sua sensibilità divenuta, per noi oggi, anacronistica.

Dal 1975 per noi è divenuta quasi irricevibile: il marito capo della famiglia, con diritto di comandare e decidere per la moglie e i figli, ecc. vanno inquadrati dentro la legislazione di un epoca e scoprire che se vale sempre:onorare il padre e la madre”, va riscoperto anche l’ onore che si deve ai figli”. Conserviamo certamente come perla preziosa ciò che afferma in Colossesi 3, 16, ss.

“Tutto quello che fate, in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù”.

Vangelo purissimo che dispone ad un atteggiamento di benevolenza, dono, perdono, cura, attenzione. Questa è la sana dottrina che sempre fa crescere ogni famiglia e chi la compone.

Venendo al Vangelo di oggi, Luca 2, 22 – 40. notiamo che i genitori portano il bambino al tempio, per offrirlo al Signore. Il figlio dato ai genitori è da loro subito offerto per un sogno più grande. Riconoscimento che i figli sono affidati al nostro amore e alle nostre cure ma che non sono mai cosa nostra, appartengono alla loro vocazione.

Il vecchio Simeone pronuncia tre parole immense: “egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti, segno di contraddizione”. Rovina, risurrezione, contraddizione. Tre parole che fanno respirare la vita e sono profezia attualissima per ognuno di noi.

Con le parole di Turoldo diciamo: Sii per me rovina e risurrezione, Signore. Non lasciarmi mai nell’indifferenza. Cristo mia dolce rovina che rovini il mio mondo di maschere e bugie, che rovini la vita illusa.

Contraddicimi, Signore: contraddici i miei pensieri con i tuoi pensieri, questa mia amata mediocrità, le sicurezze del Narciso che è in me, l’immagine falsata che ho di te.

Sii mia risurrezione, quando sento che non ce la faccio, quando ho il vuoto dentro e il buio davanti; dopo il fallimento facile, la fedeltà mancata, l’umiliazione bruciante. Risorgi in me, mio Signore, con tutto ciò che ho amato e amo e che credo perduto per sempre.

So che la fede non esenta dalla fatica, neanche dal dolore. La fede non produce l’anestesia del vivere ma non lascia mai affondare nella banalità.


Nella foto “Presentazione di Gesù al Tempio” – Giotto di Bondone – Affresco – sec. XIV – Assisi – Basilica di S. Francesco, Basilica inferiore