Commento al Vangelo della quinta Domenica di Pasqua Gv 15, 1 – 8

“In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto”. Gloria di Dio è l’umanità che porta frutto; questo significa che la nostra perfezione equivale alla fecondità. Per secoli noi cristiani abbiamo considerato importantissime alcune cose e lasciato nell’ombra altre, sicuramente abbiamo lasciato nell’ombra la passione per la terra e la fecondità del vivere.

La santità si concentrava sul dominio completo delle proprie passioni, nella purezza rituale, nelle tante rinunce e nelle tante preghiere, nella sottomissione alle autorità e nella dedizione al bene del prossimo, nel salvarsi l’anima. Tutte cose sicuramente belle e importanti ma, la santità non si esaurisce in questo. Ai credenti nel suo nome, Dio lancia una sfida ancora più grande e indica mete decisamente più alte come la misericordia, il perdono, la tenerezza come stile di vita e la cura del bene comune, rialzare i caduti e fare strada ai piccoli, rendere giustizia agli oppressi, ecc.

La gloria di Dio si manifesta nell’umanità feconda, che porta frutti di libertà, speranza, giustizia; là dove il pane è un bene condiviso fra tutti e la dignità è riconosciuta ad ognuno. Noi siano sicuramente tralci che senza la vite non portano alcun frutto. Ma neppure la vite dona i suoi frutti senza i tralci. Anche Dio ha bisogno degli uomini. Vuole aver bisogno dell’umanità. Un Dio senza figli non può essere Padre. E Dio vuole esserci soprattutto Padre.

SILENZIO. ABBRACCIO. LODE.

Certamente Dio può far sorgere figli di Abramo anche dalle pietre ( Mt 3, 9) ma non lo fa. Perché la gloria di Dio siamo noi, è su di noi, tralci della sua vite, tralci nutriti dalla sua linfa non per alimentare il fuoco ma per produrre vino buono che alimenta la festa, e semina gioia nel cuore della vita e del vivere. Siamo chiamati a portare frutto per dare compimento alla storia, perché resta incompleta la stessa creazione se manca il nostro contributo.

La qualità della nostra esistenza sarà giudicata dal frutto che avremo portato. Dalla vita che avremo saputo restituire a questa umanità. Siamo chiamati ad essere testimoni del Risorto, portatori di un seme di vita e di vitalità nuova, redenta, liberata. E il giudizio ultimo di Dio non riguarderà i nostri peccati o le nostre debolezze, neppure le nostre viltà. Saremo giudicati sulla fecondità o sulla sterilità della nostra vita.

Il rischio definitivo è quello di vivere una vita inutile. Il grande conflitto dell’esistenza umana, prima ancora che cristiana, è quella tra una vita feconda e una vita sterile. Questo, in definitiva, è la strada per una possibile felicità. La felicità di una vita si misura nella sua fecondità. La perfezione è nella fecondità, così come la perfezione di una vite è nell’abbondanza dei suoi grappoli, quella del frumento è nella pienezza delle sue spighe. La perfezione evangelica non sta nell’assenza di zizzania, ma nella ricchezza delle spighe piene di grano buono.

Dov’è allora la differenza fra me e un santo, tra ognuno di noi e i santi? Non certamente nel numero dei difetti, e neppure nella quantità di peccati. Anche il santo ha i suoi problemi con il proprio corpo, con la sua fame e la sua sete, con la salute e la malattia, ma anche con la gestione dei suoi affetti e delle sue passioni, con la bontà o con l’ira, con l’amorevolezza di chi tiene il cuore acceso e la castità e le sue esigenze vitali o semplicemente passionali.

Anche il santo pecca sette volte al giorno, dice il libro dei proverbi ( 24, 16) ma egli compie settanta volte sette il bene dice Matteo ( 18, 22), il santo, cioè l’uomo giusto, riempie le mense di frutti, consola e sostiene chi è nella prova, asciuga lacrime, abbraccia solitudini, cura ferite, spezza il pane, riaccende il fuoco, mette vento nelle vele di chi lo incontra.

Il santo è chiunque mette nella storia un di più che prima non c’era. Portare frutto è creare gesti nuovi, relazioni nuove, sentieri di vita e di incontri nuovi, è credere che un modo di viverci la vita migliore esiste e ci si impegna a cercarlo, ci si mette in gioco per renderlo possibile. Essere santi significa partecipare attivamente e con passione all’opera creatrice di Dio; essere creatori a immagine e somiglianza di Dio.

Il mondo ha bisogno di creatori. Il mondo appartiene a chi sa renderlo migliore. L’uomo è creatore e signore, quando insieme alla donna, porta molto frutto, perché allora è la gloria di Dio, è la perfezione.

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