Commento al Vangelo della quarta Domenica di Pasqua Gv 10, 11-18

“Io sono il pastore, quello buono, conosco le mie pecore, le chiamo per nome ed esse conoscono me”. Oggi non conosciamo più la dura, a volte durissima, vita dei pastori, per questo le parole di Gesù ci lasciano senza grandi emozioni. Quando Gesù parlava, i suoi ascoltatori capivano e si stupivano di ciò che diceva. All’epoca il pastore non era necessariamente il padrone del gregge ma quasi sempre un lavorante, un servo.

Gesù ci sta dicendo che non rivendica nessun potere su di noi se non quello di prendersi cura della nostra salute, della nostra fame e della nostra sete, del nostro benessere e delle nostre paure. Difensore dai lupi e dai pericoli, cercatore instancabile di ciò che nutre la nostra vita, custode della nostra serenità.

Abbiamo tutti un immenso bisogno di sentirci custoditi e amati, abbiamo bisogno di qualcuno che abbracci la nostra stanchezza, abbia cura delle nostre ferite, che ci rialzi dopo ogni caduta e che ci chiami per nome come realtà uniche e preziose. Ma noi siamo capaci di questo verso chi ci cammina accanto ogni giorno? Proviamoci almeno a prenderci sinceramente cura di qualcuno!

 PAUSA. ABBRACCIO. LODE.

Sono venuto perché abbiate in voi la vita, e in voi la vita sia pienezza. Il pastore buono non è soltanto colui che custodisce il gregge, lo nutre e ne ha cura. In fondo, anche il pastore buono si nutre di ciò che il gregge offre; anche il migliore dei pastori, tosa le sue pecore, le munge e, a volte ne mangia la carne: vive del suo gregge, che pure ama!

Gesù è il pastore che non solo non tosa le pecore, neppure le munge nutrendosi della loro energia e, assolutamente mai, toglie loro la vita per conservare e alimentare la propria. Al contrario, diventa lui nutrimento, cibo e bevanda perché i suoi abbiano vita e vita in abbondanza. Disposto a dare la vita per ognuno di noi, mai chiederebbe a qualcuno di noi di dare la nostra vita per lui.

Queste sono le premesse per trarne alcune conclusioni che facciamo il giorno dopo che papa Francesco è stato sulla tomba di uno dei pastori del popolo di Dio più belli e profeticamente interessanti che il Signore ci abbia donato: don Tonino Bello.

Oggi noi, dai pastori, Papa, Vescovi, Preti, ci aspettiamo che siano uomini capaci di ascolto. Capaci di ascoltare la fatica, il dolore e le domande di questo tempo. Il grido della terra è un arcobaleno di colori e, vediamo che sono molto forti i colori della libertà e della speranza. Sentite come parla la bibbia: “noi siamo casa di Dio se conserviamo la libertà e la speranza”. (Eb. 3, 6)

 Abitazione, tenda, grembo di Dio, presenza dell’Assoluto, chiesa di Dio è chi trasmette libertà, chi custodisce la speranza. Parafrasando William Shakespeare potremmo dire la speranza è la materia di cui sono fatti i sogni. Sappiamo dare speranza, offrire un futuro buono a questa umanità, a questo mondo, a questo tempo?

Nella storia sono state scritte, per la nostra formazione religiosa e umana, ben altre cose. I nostri maestri, quelli che abbiamo chiamato i nostri padri spirituali ci hanno insegnato che: casa di Dio siamo noi se osserviamo bene tutti i comandamenti, le regole e i precetti.

I teologi e i professori ci hanno insegnato che: casa di Dio siamo noi se conserviamo intatta la purezza della dottrina e della morale.

Sarà pure vero ma la Parola del Signore ci insegna che sono altre le forze che partoriscono la nostra identità più vera; che per essere luogo dell’incarnazione di Dio, sua casa e abitazione, luogo della sua presenza e sua chiesa, perché Dio cammini tra noi, ci vogliono Speranza e Libertà.

Non la vita perfetta e neppure le grandi opere ma: SPERANZA e LIBERTÀ.

Custodiamo la presenza salvifica di Dio nel mondo e nella storia, nella nostra vita se salviamo la libertà e la speranza. Dio edifica la sua casa là dove è abbracciato da uomini e donne che emanano speranza e libertà. Perché questi sono i nomi di Dio: il Go’ El, il Liberatore, Colui che era, che è e che viene; l’Atteso delle genti.

S. Agostino afferma che la Speranza ha due bellissimi figli che sono lo sdegno e l‘impegno. Lo sdegno per ciò che va male ed è ingiusto e l‘impegno per cambiarlo. La chiesa, oggi più che mai, è chiamata a far risuonare alta la voce della speranza. Tutti siamo chiamati a far risuonare la voce della speranza in noi e attorno a noi.

Oggi, nell’epoca delle passioni tristi, dobbiamo tornare a far cantare la vita nella speranza e nella libertà nello sdegno e nell’impegno. Questo è il nostro compito! Una chiesa guidata da pastori che non sono mai mercenari, che non scappano né di fronte ai lupi ( comunque si presentino) e neppure cedano alla tentazione di vivere rassegnati ( consolandosi con rimasugli di potere, comunque si esprima).

 Una chiesa capace di credere e di annunciare che un altro mondo è possibile e che un modo migliore di vivere è possibile, che è possibile vivere meglio per tutti e che il Vangelo, di questa possibilità, ne possiede il segreto.

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