Un Dio che coltiva la vita

Commuove sempre  ascoltare  dal Vangelo di Giovanni, le parole di Gesù che ci presenta il Padre come colui che perennemente coltiva la storia, custodisce la vita, si prende cura dei tralci della vite e della terra, lavorando perché ai figli non manchi il pane e a nessuno venga meno il vino della gioia e della festa. Perché ogni vita, nel cuore di Dio è pensata e voluta come festa.

E allora ha senso, in questo inizio di maggio, celebrare la festa del lavoro, celebrare il lavoro come dignità riconosciuta e continuamente riconquistata, sentire il lavoro come possibilità di esprimere ciò che crediamo e che sappiamo fare. Vivere il lavoro come scintilla divina accesa dentro la nostra umanità, come dovere e come impegno perché il lavoro sia per tutti la grande opportunità di esprimere ciò che realmente siamo.

Pensiamo oggi, con animo riconoscente, a chi con il proprio lavoro, il proprio impegno e la propria fatica ci ha riscattati dalla povertà e dal bisogno, consapevoli che questo, è un diritto di tutti e per tutti e sentire che è nostra scelta di fede impegnarci e lottare, se necessario, perché sia reso possibile ad ogni uomo, ad ogni donna, nessuno escluso.

SILENZIO. PERDONO, LODE.

“o sono la vite, voi siete i tralci, il Padre mio è l’agricoltore…”. Se non fosse Gesù a dircelo, parrebbe una bestemmia, ma lo dice Lui che è Via, Verità e Vita, e allora per noi diventa una questione seria; “o sono la vite”. Non è banalmente un’immagine poetica ma uno sconvolgente atto di fede. Gesù afferma la sua divinità e ci sta dicendo che se vogliamo vivere dobbiamo, come i tralci della vite, come i rami di ogni albero, nutrire la nostra vita, succhiando da Lui la linfa vitale. Il  Signore si prende cura di noi, sazia la nostra fame, guarisce le nostre fragilità, irrobustisce e alimenta la nostra vita.

Poi aggiunge: “Voi siete i tralci”, e ci rivela qualcosa di sconcertante e di straordinariamente vero. Abbiamo bisogno di nutrirci di Lui per rimanere vivi, e che noi si abbia bisogno di Dio è normale. Il problema sorge quando Dio afferma che anche Lui ha bisogno di noi, altrimenti dove possono germogliano i frutti della vite se non sui tralci. 

Dio nutre di sé, della propria linfa vitale un uomo e una donna perché noi si possa nascere, senza quest’uomo e questa donna io non sarei nato certamente, ma neppure Dio sarebbe padre. E questo vale per tutto ciò che esiste e  che si attribuisce a Dio; vale per la sua bontà, la sua generosità, la sua creatività, la sua misericordia. Il Signore Onnipotente sceglie di aver bisogno di noi. Ci vuole suoi collaboratori nella grande storia della salvezza.

Dio ha scelto di servirsi delle nostre menti, dei nostri cuori e delle nostre mani per dare pane agli affamati, acqua agli assetati, cura per i malati, liberazione ai prigionieri, speranza ai tribolati. Allora, davanti alle grandi attese dell’umanità non ci possiamo più semplicemente chiedere “dov’è Dio, ma anche dov’è l’umanità, dove siamo noi” . 

 Allora i doni del Signore, la Grazia del battesimo, il pane dell’Eucarestia, la linfa vitale della sua Parola, il soffio e la forza dello Spirito santo non sono tangenti religiose da pagare ma doni dell’Infinito da accogliere perché sia grande e pienamente umana la nostra vita. Cristo è la vite del mondo, io sono un tralcio di questo capolavoro della Sapienza divina, Lui afferma che i suoi amici “sono purificati perché hanno accolto la sua Parola”. E allora davvero cambia ogni prospettiva religiosa. 

Tutti noi sentiamo il peso dei nostri limiti, colpevoli o innocenti che siano, ci sentiamo inadeguati, ci portiamo dentro la paura di non essere mai all’altezza dei nostri doveri e delle attese che gli altri, anche le persone che amiamo, hanno nei nostri confronti. Ci impegniamo, a volte, per diventare migliori, sia verso Dio che verso il prossimo. La nostra formazione religiosa ci insegna e ci impegna su cammini di conversione. Tutto questo è sicuramente un bene, anche se molto faticoso e, non sempre  possibile.

Gesù viene a noi e ci dice che non sono i nostri sforzi che ci purificano per poterci avvicinare al Signore. Ma è il Signore che avvicinandosi a noi, camminando insieme a noi, abitando la nostra mente e il nostro cuore ci purifica. È  accogliendo Lui, la sua Parola, è lasciandoci abitare la vita da Lui che ci purifichiamo dai nostri mali e impariamo a gestire le nostre fragilità, oggi più che mai abbiamo bisogno di questo incontro di salvezza, non tanto nel segno della penitenza ma della serena  e fiduciosa guarigione che il Signore porta con se.

È come se il Signore dicesse a me, a te, ad ognuno di noi: ”non ho bisogno dei tuoi sacrifici o delle tue penitenze, bastano quelle che la vita normale ci chiede ogni giorno, io cerco in te grappoli di vita vera, di vita buona, non ho bisogno delle vostre sofferenze ma che ognuno di voi fiorisca, che la vostra vita fiorisca in tutto ciò che è bene e che rende migliore l’umanità di cui siete parte, perché il Padre nostro che è nei cieli è glorificato quando la nostra vita fiorisce non quando è mortificata.

Accogliere il Signore Risorto significa avere cura di noi coltivando  la fraternità nella libertà e nel coraggio e ponendoci al servizio dei più fragili e indifesi, riusciremo  allora finalmente a pregare Dio, chiamandolo Padre, Padre nostro, Padre per tutti.

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