Sosta biblica – novembre 2021

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L’arca di Giobbe

Siamo ai capitoli 3 . 4 . 5 .6 .  Sono capitoli dolorosi dove, neppure la fede sembra reggere. Le maledizioni di Giobbe  non toccano Dio come vorrebbe il grande nemico satana, ma interrogano Dio e da Lui somma Sapienza attendono risposta che sia verità e giustizia.

Siamo tutti abbastanza  adulti, non solo per reggere il discorso amaro di Giobbe, ma anche per fare memoria ad alcuni nostri amici, familiari o noi stessi per i giorni in cui, Giobbe, aveva il nostro volto e abitava la nostra carne, pulsava nelle nostre vene.

I discorsi più alti e più veri che si levano dalla terra sono quelli dei poveri, le cui carni ferite contengono una verità che i trattati dei professori non sempre conoscono. È la verità di Giobbe che da forza alle sue maledizioni. Le sue grandi domande senza risposta sono molto più vere e convincenti delle risposte senza verità e grandi domande degli esperti del nostro tempo.

Se oggi, noi fossimo capaci, di ascoltare le domande, spesso mute dei poveri, dei feriti dalla vita e dalle nostre strutture di peccato, potremmo avere qualche barlume di luce per rischiarare le tante crisi del nostro tempo, crisi che non comprendiamo fino a quando non impariamo a leggerle nelle parole incise sulla pelle delle vittime del sistema.

Tre amici di Giobbe vennero a sapere di tutte le sue disgrazie e si accordarono per andare a trovarlo e poterlo consolare. Lo videro da lontano ma non lo riconobbero tanto era deforme la sua nuova immagine. Sono amici importanti, sono riconosciuti uomini di valore e di cultura, uomini di grande pietas che, tuttavia, si riveleranno per Giobbe, un male peggiore delle sue ferite, delle sue piaghe e dei suoi lutti. Guardiamoci dai consolatori troppo bravi e troppo pii.

È Giobbe a prendere la parola per primo, e lo fa maledicendo il giorno in cui è nato. La  sventura che lo affligge gli fa maledire la sua origine e gli fa desiderare la morte come liberazione dai suoi patimenti, desidera  abitare nel regno dei morti dove tutti, anche i miseri, hanno finalmente pace.

I Patriarchi della Bibbia erano arrivati alla morte “ sazi di giorni “: Giobbe desidera la morte perché sazio del troppo dolore, sconforto, solitudine, amarezza; cerca nella morte una liberazione. Gli amici di Giobbe si impauriscono e si scandalizzano per le sue parole, rompono i sette giorni di lutto e di silenzio e incominciano a parlare; erano venuti da lontano per consolarlo, ma le loro parole sono peggiori del male che lo affligge.

“ Sei stato maestro di molti e a mani stanche hai ridato vigore; le tue parole hanno sorretto chi vacillava e le ginocchia che si piegavano hai rafforzato. Ma ora che questo accade a te, ti è gravoso, ora che capita a te sei sconvolto”. 4, 3 – 5. L’amico Eliafaz rimprovera a Giobbe una mancanza di coerenza morale. Giobbe era stato un maestro di fortezza, aveva consolato e aiutato altri, ma ora che tocca a lui, non riesce ad utilizzare per se stesso quelle risorse morali che aveva per anni donato agli altri.

Quando si cade in una sventura vera, sono di poco aiuto i principi e i valori sui quali avevamo costruito le nostre certezze e la nostra morale nei tempi della salute e della prosperità, quello che abbiamo detto in tante prediche e discorsi o magari scritto sui libri. Il vento impetuoso delle disgrazie, insieme ai beni, ai figli e alla salute, spazza via anche le certezze morali di ieri.

Sta qui, amici, sta qui la difficoltà delle prove vere e grandi della vita, quando il buio sembra avvolgere tutto e l’anima non possiede più un vocabolario e neppure una grammatica per descrivere la vita. Quando le parole del tempo della gioia e delle certezze appaiono come menzogne, come inganno, come non verità. Finchè non si raggiunge questa povertà assoluta siamo ancora nella terra e nella  carne dei ricchi.

Tuttavia, è proprio da questa delusione radicale che può iniziare una vita nuova, diversa ma vera. Ma Giobbe questo non lo sa, non può saperlo e, anche noi dobbiamo essere ignoranti come lui, se vogliamo seguirlo nella sua esperienza radicale di morte, e provare a rinascere. Non stupisce la durezza e, per certi aspetti la crudeltà del discorso di Elifaz che pure contiene  tante  cose giuste, e Giobbe scopre un’altra amara verità.

Gli amici svaniscono nel tempo della sventura. Li cerchiamo come un disperso nel deserto cerca una sorgente d’acqua e di vita, ma non li troviamo: “ andiamo verso di loro arsi dalla sete, del dolore e della solitudine, ma dopo lunga fatica troviamo il vuoto e l’aridità “. 6, 19 – 22. Siamo soli nei grandi attraversamenti della vita.  Nessuno, nessuna mano, per quanto amica, potrà veramente sostenerci nell’attraversare l’ultimo guado della vita, non potrà seguirci fino alla fine della lottaagonia  sarà solo la nostra mano, a mendicare la benedizione finale.

Giobbe continua il suo combattimento con la vita. Non smette di cercare e di chiedere nuove ragioni dei mali che lo affliggono e sulla morte che spera vicina e liberatrice. Da questi dialoghi emerge un Giobbe forte pur nella sua debolezza estrema, sicuramente smarrito, eppure resistente. Nelle sue parole c’è una forza di verità assente in quelle dei suoi dotti amici. La sua è la sapienza di chi vive concretamente sulle proprie carni la sventura, una competenza unica, che si impara solo dall’esperienza sulla propria pelle.

La forza di Giobbe sta nella sua condizione di vittima, che da verità alle parole che dice. È la sua carne ferita che dà forza alla sua parola. La carne che diventa verbo.  Un giorno, il Verbo si farà Carne e vedremo, finalmente, il volto dell’Uomo. Come inondato da un diluvio ingiusto e violento che tutto sommerge, non vede più la luce, l’armonia, la felicità, la bellezza e l’ordine della vita; e maledice. Un canto di maledizione radicale e scandaloso, senza però mai arrivare a maledire Dio, anche se ci arriva molto vicino.

E tuttavia, qui c’è una nuova rivelazione: il suo canto di maledizione è come la costruzione di una nuova arca di salvezza. Nell’arca di Noè entrarono lui, le sue donne, i suoi figli e le loro donne ed ogni sorta di essere vivente, uno per ogni specie. Nell’arca di Giobbe entrano tutti i disperati, gli sconsolati, i depressi, gli abbandonati, i falliti, gli scomunicati, entrano tutte le vittime inconsolabili e inconsolate della storia. Stranamente ma prodigiosamente, la Bibbia traccia sempre sentieri di salvezza. Per tutti. E ci insegna che la risurrezione dalle nostre miserie e di questi miserabili, arriva quando vediamo, descriviamo, amiamo le loro sofferenze. 

Ce lo insegnano le grandi opere letterarie, la poesia e l’arte migliore che l’umanità ha saputo produrre e offrirci, là dove l’umanità  fragile e misera  non è disprezzata e la Bibbia ci offre le sue parole profetiche per custodire la speranza e ci dona i suoi Salmi per pregare, perché nonostante tutto, la Parola di Dio accompagna anche le notti senza luna e le giornate senza sole. L’autore del libro di Giobbe ha incluso tutti i vinti e i disperati nel libro della vita, nel libro di Dio, solo perché.: Imprecando contro tutto e tutti, hanno usato le stesse parole. Tutti possiamo entrare nell’arca di Giobbe, è la speranza non vana che tutti i maltrattati dalla vita e dalla storia, abbiano giustizia.

la responsabilità di Dio cap. 7 . 8 . 9 . 10

L’umanesimo biblico non assicura la felicità ai giusti. Mosè, il profeta più grande di tutti, muore solo e fuori dalla terra promessa. Per i giusti ci deve essere qualcosa di più vero e profondo della ricerca della propria felicità. Alla vita chiediamo molto di più, soprattutto nel senso delle infelicità nostre e di quelle degli altri. Il libro di Giobbe è dalla parte di chi, ostinatamente, cerca un senso vero per le delusioni delle grandi promesse, la sventura degli innocenti, la morte delle figlie e dei figli, la sofferenza dei bambini.

Dopo Elifaz, ora è Bildad a parlare. Persona molto religiosa che mai metterebbe in discussione la giustizia divina, a costo di distruggere l’umanità che si dichiara innocente; chi soffre sconta il suo peccato. “ Se i tuoi figli hanno peccato contro di lui, Dio li ha abbandonati in balìa delle loro colpe “ 8,1 -4. 

Per non mettere in discussione l’onestà di Dio, Bildad nega la rettitudine di Giobbe e dei suoi figli. Per la sua etica astratta e senza umanità, chi soffre sconta il proprio peccato. La sua idea di giustizia divina e di ordine lo porta a condannare e a tradire l’uomo. La vita ci insegna che sono molti i figli a morire senza nessuna colpa,  ieri, oggi, sempre e dovunque. Non esiste nessun peccato che per essere espiato richieda la morte di un figlio, a meno  di voler negare ogni differenza tra Elohim, e Baal, tra YHWH e gli idoli voraci inventati dai folli.

Allora non è Giobbe a dover dimostrare la sua giustizia, ma Dio. E’ Elohim che deve dimostrarci che è veramente giusto nonostante il dolore degli innocenti. Per rispondere a Bildad ci sono due strade: ammettere che nel mondo non c’è nessuna giustizia, Oppure che Dio, se c’è è troppo lontano e indaffarato per garantirci la sua cura e la sua attenzione.

Qui Giobbe continua ad allargare l’orizzonte dell’umano incluso nell’umanesimo biblico, prendendo nella sua arca tutti coloro che continuano a chiedersi se un Dio buono e giusto ci può essere in un mondo dal dolore e dal male inspiegabili. Giobbe ci dice che una domanda senza risposta può essere più religiosa e vera di risposte troppo semplici, che anche un “ perché” gridato verso il cielo, può essere una vera preghiera.

Dopo Giobbe non c’è sulla terra un rosario più vero di quello composto da tutti i “ perché” disperati e senza risposta che si levano verso un cielo che continuano a volere abitato e amico. Giobbe continua a rivendicare un fondamento della terra, molto più profondo del caos o del nulla. Ma per volere  e cercare un Dio vero al di là dell’apparente banalità del bene, Giobbe, con la forza della sua fragilità chiede a Dio di rispondere delle sue azioni, vuole un Dio responsabile

Ci sarebbe stata anche una strada più semplice; ascoltare gli amici e dichiararsi colpevole, ma Giobbe non tradisce se stesso e neanche la sua dignitosa onestà: io sono innocente!  Per questo continua a chiedere ragioni, a dialogare, ad attendere un volto di Dio diverso. A credere nella propria rettitudine.

È la difficoltà grande che si trova a vivere una persona giusta durante le lunghe ed estenuanti prove della vita, non perdere mai la fede nella propria verità e giustizia. Sottrarsi  agli inevitabili dubbi, ai pensieri confusi, ai sensi di colpa. La consapevolezza delle nostre colpe, che sempre ci sono, possono indurci a sentirci colpevoli, immeritevoli, ingrati e confusi, soprattutto confusi, e allora  ci si pente per sfuggire alla disperazione e imploriamo misericordia da Dio e dagli altri. 

Umiltà? Umili abbastanza per rimettere tutto nelle mani di Dio oppure l’ultima grande tentazione?

Cari amici; lo dico con molto, molto pudore, anche in memoria di amici innocenti e disperati da prove terribili. Possiamo sperare di salvarci dalle prove simili a quelle di Giobbe finchè la storia della nostra innocenza e rettitudine ci convince più della storia dei nostri peccati e della nostra cattiveria. È la fede, è la fedeltà in quella  “ cosa molto bella e buona che il Creatore pronuncia  nella creazione” Gen 1, 31 che nonostante tutto restiamo che può salvarci nei momenti delle grandi e lunghe prove della vita.

Giobbe  ha continuato a credere nella sua innocenza perché noi, meno giusti di lui, potessimo oggi continuare a credere nella nostra. Inoltre è convinto che nessuno dei suoi figli meritasse di morire, nessun figlio merita di morire. Tante volte ci siamo salvati e continuiamo a salvarci solo perché almeno una persona ha continuato a credere che la nostra bellezza e la nostra bontà fossero più grandi dei nostri errori. La terra sarebbe un luogo davvero triste se venissero a mancare gli sguardi di risurrezione delle madri e dei padri. Non si tratta di negare gli errori ma di continuare a credere nonostante gli errori.

L’estrema fedeltà di Giobbe a se stesso lo spinge poi verso l’atto più sovversivo possibile ad un essere umano. Non nega la giustizia di Dio, ma non può e non vuole negare neppure la sua verità. E allora dall’abisso di dolore in cui si ritrova, Giobbe chiama in giudizio Dio stesso. Il suo letamaio si trasforma  nell’aula di un tribunale dove Elohim  vi entra da imputato, e i suoi avvocati sono gli amici di Giobbe, e lui, Giobbe diviene l’inquisitore: Io sono stanco della vita! darò libero sfogo al mio lamento, parlerò nell’amarezza del mio cuore. Dirò a Dio: “ non condannarmi! Fammi sapere invece di che cosa mi accusi, è forse bene per te opprimermi, disprezzare l’opera delle tue mani e favorire i progetti dei malvagi ? “. 10, 1 – 4.

Noi tutti siamo portati a ritenere Giobbe un superbo che tiene testa a Dio e lo vuole processare, è un po’ troppo per la nostra struttura religiosa; Dio non si processa, Dio si accetta anche senza capire, si subisce pensando che tutto sia per il nostro bene più grande, è così che nella storia si sono messe  a tacere le voci scomode e profetiche nella Chiesa e nella società. 

Eppure la difesa e il diritto di Giobbe sono cresciuti lungo la storia. I Profeti danno ragione a Giobbe, i Vangeli danno ragione a Giobbe, lo stesso Paolo e  i martiri di ogni tempo danno ragione a Giobbe. La stessa modernità di cui noi siamo parte, e poi le deportazioni, i lager, il terrorismo, le guerre, l’eutanasia dei bambini. Giobbe è molto più contemporaneo oggi di quanto lo fosse al suo tempo e lo sarà ancora di più nei secoli a venire.

Con il processo a Dio siamo dentro un’autentica rivoluzione religiosa: anche Dio deve rendere conto delle sue azioni se vuole essere il fondamento della nostra giustizia. Dio deve farsi capire, dire altre parole oltre a quelle che ha già detto. Se vuole essere il Signore in cui credere e non un idolo a cui sottometterci. 

Giobbe diventa allora un gigante che con la sua vicenda ci porta sulla vetta del vivere e ci insegna a guardare la storia attraverso una rilettura più attenta della Parola di Dio. E ci aiuta a capire un altro processo intentato contro Dio, dove le parti si ribaltano, dove la forza e la potenza  stanno dalla parte dell’uomo divenuto quasi onnipotente, che interroga e giudica Dio. Dove Dio è il fragile, il giudicato, il condannato, il crocifisso.  E la storia sarà gonfia di una umanità troppo spesso umiliata, giudicata, condannata, uccisa!

Tra questi due processi, Giobbe che chiama in giudizio Dio e chiede verità; l’uomo che  giudica Dio, lo ritiene colpevole e lo condanna, c’è tutta la storia dell’umanità, c’è tutta la giustizia e l’ingiustizia di cui l’umanità è capace,  ci sono tutte le ragioni delle speranze e delle disperazioni umane di cui la storia è piena. Questo Giobbe non lo sapeva, non poteva saperlo; eppure, noi crediamo fermamente che lui, Giobbe, è stato il primo tra i profeti ad esultare di gioia davanti al sepolcro vuoto in quella mattina di Pasqua. Perché solo i crocifissi possono capire e desiderare le risurrezioni.

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