Sosta biblica – marzo 2022

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ANCHE LA MISERICORDIA HA BISOGNO DI VERITÀ

La vergogna del cuore Cap. 25 / 27 del testo di Giobbe.


ANCHE LA MISERICORDIA HA BISOGNO DI VERITÀ. Giobbe, cap. 22. 23

Per sperare di incontrare Giobbe e i suoi fratelli dovremmo imparare ad abitare in silenzio le loro vicende umane, liete o tristi che siano. Potrebbe maturare in noi una solidarietà nuova, una capacità di rileggere il nostro tempo e avere uno sguardo nuovo verso tutti gli sconfitti.

Elifaz, uno dei tre amici teologi, nel suo secondo attacco a Giobbe, che continua a dichiararsi innocente e a negare valore alla teologia  “ retributiva” con la quale Dio premia i buoni e castiga i cattivi, Elifaz, appunto, abbandona anche i ragionamenti astratti del tipo: se soffri devi essere peccatore e malvagio, e accusa Giobbe direttamente di gravi crimini specifici attribuendogli i peggiori delitti.

“Tu pignoravi per niente i beni al tuo fratello, tu strappavi il vestito all’ignudo, tu non davi acqua all’assetato e negavi il pane all’affamato. Come uomo potente tu rimandavi le vedove a mani vuote e spezzavi le braccia agli orfani” 22, 6 – 9, “ e tutto questo facevi senza motivo, gratuitamente “.

E così, continuando la sua inquisizione, Elifaz arriva a evocare persino la condizione perversa dell’umanità prima del diluvio, Giobbe feroce e spietato come Lamek. Giobbe fratricida come Caino. Elifaz sa che Giobbe non ha mai commesso delitto alcuno, sa che Giobbe è il giusto per eccellenza; l’autore del libro lo dice nel primo e secondo capitolo; Giobbe uomo giusto e onesto, sulla terra nessuno è come lui, eppure Elifaz e i suoi amici ribaltano completamente la realtà. Perché?

Siamo di fronte a una descrizione perfetta di ciò che può essere una lettura ideologica della realtà, non solo una distorsione della verità ma l’inesorabile scivolamento nell’idolatria. È il rischio vero che una persona, una comunità, un’organizzazione, una corrente di pensiero catturata dall’ideologia che poi diventa idolatria, arriva non solo a negare l’evidenza, ma a inventare fatti e parole mai dati o detti. All’inizio sa di inventare ma poi arriva inevitabilmente a credere come vere le sue invenzioni.

L’ideologia ha la sua prima forza in questa capacità di inventare una realtà diversa e poi credere alle proprie invenzioni con una forza inconfutabile, invincibile sia sul piano del discorso che della razionalità, e si costruiscono artificialmente fatti, eroi, vittime, che sembrano uscire dai sogni ma che vengono recepite come verità, soprattutto per chi li ha prodotti.

Ciò che nei dialoghi di Giobbe è tremendo e meraviglioso è la sua ostinazione a non accettare neanche la misericordia di Dio che gli viene sistematicamente ripresentata dagli amici ( “ Se ti rivolgerai all’Onnipotente, verrai riabilitato “) perché sente che non incontrerebbe Dio ma un’ideologia, un idolo:  Giobbe è profondamente convinto che anche la misericordia ha bisogno di verità, non è misericordioso chi perdona una colpa inesistente o creata ad arte per suscitare nell’altro una richiesta di perdono.

Accettare questa misericordia significherebbe soltanto entrare nella stessa ideologia di chi la propone. Le offerte di misericordia per rimettere colpe inventate sono forme comuni e sottili di dominio dei potenti sui poveri e sulle vittime, di cui la storia ci offre un ampio e tristissimo ventaglio. Giobbe non chiede e neppure vuole questa misericordia, anche a nome di chi, prima e dopo di lui, l’ha dovuto fare.

Quanti poveri, quante donne hanno dovuto chiedere scusa per colpe mai commesse, implorare perdono per peccati mai commessi, addossarsi colpe al posto di altri che dovevano restare coperti e innocenti. Giobbe continua a gridare anche per loro, per tenere viva la loro memoria ferita o cancellata.

Il grido degli innocenti non va silenziato con false offerte di misericordia. Dobbiamo lasciarli urlare il loro dolore finchè qualcuno, uomo, donna o Dio, finalmente  ascolti. Perché se è vero che non c’è giustizia senza misericordia, Giobbe ci dice che non può essere vera una misericordia senza giustizia. Giobbe non vuole il patteggiamento della pena, vuole ottenere giustizia e cioè il pieno riconoscimento della sua innocenza, Giobbe vuole che Dio, almeno il dio dei suoi amici, sia condannato per il suo comportamento ingiusto verso di sé e verso tutti gli innocenti del mondo.

E continua a chiedere di poter incontrare Dio, incontrarlo alla pari, e farsi spiegare tutte le ingiustizie della terra. Giobbe cerca un volto di Dio che accetti di ammettere le sue colpe, e che sia disposto a poter perdere in tribunale nel confronto con la giustizia vera che lui, uomo, chiede a Dio.

Detta così può sembrare scandaloso e irriverente, ma ci sono momenti nella vita di tante persone che il processo a Dio sentono di doverlo fare, o almeno un Dio che ascolti e risponda ai loro dolorosi perché? Cercatori di un Dio, non un Dio qualsiasi, ma un volto di Dio capace di tale grandezza.

 Ma esiste un Dio così? È questa la strada da percorrere? Giobbe, come tanti poveri cristi nel dolore, vive e vivono una notte buia, la notte del “ silenzio di Dio”, continua Giobbe ad attendere e a cercare un volto Vero di Dio, oltre le chiacchiere e le teologie dei suoi dotti, quanto inutili , amici. 

E così la notte oscura di Giobbe prepara l’alba di un giorno nuovo in cui Dio, finalmente manifesterà il suo volto più vero: la venuta del Cristo, il Dio fatto uomo; l’incarnazione, la passione, la morte in croce, la Risurrezione per sé e per tutti o, almeno per quanti, credono nel suo nome.

Noi sappiamo, oggi, quello che Giobbe e i suoi amici, neppure l’autore del libro, sapevano: un giorno, nella pienezza dei tempi, Dio avrebbe risposto al grido di Giobbe e di tutti quelli che come lui, hanno gridato dai mucchi di letame della storia, il proprio dolore innocente; loro non sapevano. E però sono tantissime, ancora oggi, le persone che diventano atee di fronte alle risposte insufficienti alla loro domanda sull’ingiustizia e sui mali del mondo.

Elifaz, con la sua TEO–IDEOLOGIA, aveva inventato un Giobbe potente e crudele che perpetrava angherie e delitti verso poveri immaginari. Giobbe, vero povero e innocente, guarda lo stesso mondo di Elifaz, ma lo vede diversamente. Si mette solidale dalla parte delle vittime e dice: “La gente delle città grida, la gola dei feriti implora. Dio non sente preghiera “ 24, 12”

Visto dal mucchio di letame di Giobbe, il mondo non può non apparirci come lo spettacolo di una grande, sistematica, universale ingiustizia. Ai nostri giorni continuano ad essere poveri e a dormire sotto le serrande luminose e ammiccanti della grande moda e del lusso. Il mondo è segnato dalla tragedia della fame e della desertificazione di intere regioni mentre gli amici di Giobbe fanno convegni e filosofano sul cibo da smaltire.

La povertà non è solo materialistica ed è opportuno chiederci, con molta serietà, chi sono oggi i poveri che interpellano il Cielo e la Terra. come credenti dobbiamo guardarci dalla tentazione di costruirci nuove e sofisticate ideologie per zittire i poveri, non vederli, convincerci e convincerli che sono loro i colpevoli dei loro mali. 

Giobbe ci interpella tutti e , da tutti, attende risposte solidali e vere e non falsa misericordia. Attende risposte dagli uomini, da noi e da Dio.


La vergogna del cuore

Cap. 25 / 27 del testo di Giobbe.

“Nel giorno del giudizio sarà Dio a dover rendere conto di tutta la sofferenza del mondo”. Ermanno Olmi.  Centochiodi

Siamo arrivati alla fine dei dialoghi tra Giobbe e i suoi “ amici “. Imprigionati dentro le loro etiche ideologiche non riescono a vedere il vero uomo Giobbe, e continuano a biasimare e a condannare il suo fantasma, disegnato perfettamente al fine di confermare le loro teorie. Giobbe non si è accontentato delle risposte perfette alle domande facili e banali; avrebbe voluto che qualcuno prendesse sul serio, anche senza rispondere, le sue domande difficili e disperate.

Ma soprattutto non può accettare un’idea di Dio che per affermare la propria grandezza umilia e denigra gli esseri umani, negando la loro verità e innocenza, come invece continua a sostenere Bildad: ”neppure la lune è pura, neppure le stelle sono immacolate. E il verme uomo, la larva uomo, è la cosa più impura” 25, 5 – 6. E Giobbe rispose:”  Bell’aiuto hai prestato al debole, bel sostegno a un braccio sfinito, bei consigli che dai all’ignorante, che belle prove di sottigliezza! A chi hai rivolto le tue parole? Quale spirito parla in te?  A chi parlavi veramente quando dicevi di parlare con me? 26, 1 -4.

Catturati dalla loro ideologia, Bildad e i suoi amici avevano via via perso per strada Giobbe, i dialoghi si erano trasformati in monologhi, non avevano più incrociato gli occhi della vittima e così avevano parlato di Giobbe ma non con Giobbe. È forte questa denuncia, forse la più grave dentro tutto l’umanesimo biblico, parlare dei poveri e delle vittime senza mai parlare veramente con i poveri e con le vittime, non ascoltandoli veramente, svuotando le parole di ogni verità.

Per ogni persona che parla, soprattutto quando parla o scrive pubblicamente, deve arrivare il momento in cui chiedersi: ”a chi sto veramente parlando? E che posto ha la verità nelle mie parole?”. Sentire forte l’urgenza della verità nelle parole che si dicono o si scrivono, perché è sempre facile la tentazione di usare le parole sganciandole dall’umile e difficile verità, zittire lo spirito vero per adorare o servire gli spiriti di comodo, parlare di Dio rimanendo idolatri di qualcuno o qualcosa.

Una lettura onesta di Giobbe è un grande aiuto per fare emergere in noi un bisogno grande di verità. La parola usata e non rispettata è sempre una parola abusata, perché smarrisce la sua natura più profonda e vera, smarrisce  ogni  verità e gratuità e diventa come pietra lanciata. Ferisce e fa male. È  dentro questa “economia “ della parola e delle parole che si capisce, con tutta la sua forza il giuramento di Giobbe: “ e alzando la il tono della sua profezia, Giobbe dice: per il Dio vivo che mi nega giustizia, e per Shaddai funesto alla mia vita, finché il respiro mi resterà, finché avrò nel mio naso il soffio di Elohim, le mie labbra non mentiranno. Dalla mia lingua non uscirà impostura. Dio mi guardi dal darvi ragione. Fino alla morte  mi dirò innocente. Il mio cuore non ha vergogna di me. Chi mi è nemico sia condannato. Chi è contro di me sia incolpato”. 27, 1 – 7.

Giobbe può fare questo giuramento perché ha custodito fin qui la verità delle sue parole. Solo chi è fedele alle parole può chiedere tutto. Se Giobbe è l’immagine e la voce delle vittime innocenti della storia, e se Dio è quello buono e giusto dell’Alleanza, il paradosso di Giobbe non ha soluzione, e qualsiasi teologia amica dell’uomo e della verità deve trovare il proprio posto dentro il paradosso di Giobbe, senza  trovare scorciatoie , delle quali, purtroppo, è piena la terra. Non ci sono grandi risposte al perché del dolore innocente. È una povertà che siamo chiamati ad accogliere e a sopportare.

Giobbe, nello sviluppo del suo dramma, ci sta dicendo qualcosa di grande importanza. Per sospendere o alleviare le sue sofferenze avrebbe potuto strumentalizzare e non rispettare la verità e, seguendo il consiglio dei suoi amici, chiedere una misericordia falsa. Se lo avesse fatto, il satana, ( ricordate l’inizio del testo?) avrebbe vinto. La gratuità della vita, del cuore, dell’anima è sempre gratuità della parola. Se si perde il contatto con la verità della parola e delle parole si perde contatto con la verità della vita, quindi tutto diventa strumentale ed utilitaristico, economico, proprio come le teologie dei suoi amici, sono false perché senza gratuità.

Qui si apre un orizzonte di grande significato. Capiamo, ad esempio, perché molte persone hanno perso la vita quando, sotto tortura – come e più di Giobbe- si sono rifiutate di dire parole ( rinnegare la propria fede, tradire un amico ) che le avrebbero salvate ma avrebbero tradito qualcosa di più grande e di sacro: la loro verità, come dentro le verità custodite dalle parole. YHWH – ELOHIM è una voce, solo una voce che non si vede, e tutta la sua forza sta nella sua parola.

Allora la verità della fede e della vita si gioca interamente sulla verità delle parole di Dio e delle parole umane. L’Alleanza è un incontro di parole umane e divine, e se vuole essere vera e non solo un rito magico o idolatrico, ha un bisogno radicale di gratuità da ambo le parti.

La nostra età, il nostro tempo, fa un enorme, a volte invincibile fatica, a capire la Bibbia e le altre grandi  parole del mondo, perché abbiamo perso contatto con la verità e la gratuità delle nostre parole umane. In un mondo di chiacchiere anche la parola biblica viene associata all’infinito nulla delle nostre parole tradite. E non capiamo più i poeti, che nella terra delle parole svuotate e usate senza gratuità, diventano dei novelli Giobbe, torturati dagli amici e dall’ideologia economica che domina il nostro tempo:” si battono le mani contro di lui e si fischia di scherno su di lui” 27, 23. Dove regna il disprezzo per la verità delle parole, prosperano i falsi poeti, che si impadroniscono delle parole a scopo di lucro, e le fanno morire.

Giobbe può pronunciare questo giuramento solenne sulla base di due fedi. La fede – fedeltà nel Dio vivo che dovrà un giorno rivelare qualcosa di sé che ancora non appare, e la fede – fedeltà alla voce vera che gli parla dentro, al suo spirito, quello spirito soffio che gli dice la sua innocenza.

È dentro la sua coscienza sincera che intuisce la possibilità della rivelazione di un Dio che non vede ancora: è lì che Giobbe attende il messia, e noi lo attendiamo insieme a lui. La terra promessa può cominciare dentro il suo cuore che “ non ha vergogna” di lui. In nessuna notte si muore veramente finché riusciamo a non vergognarci del nostro cuore.

Se siamo stati capaci di continuare a credere alla possibilità di un Dio vivo dopo i campi di concentramento e tutte le tragedie di questo nuovo secolo, dopo la morte dei figli e dei bambini, è perché sulla terra ci sono state e ci sono persone che, come Giobbe, hanno continuato a cercare volti diversi di Dio ancorati alla verità della loro coscienza, perché la sentivano abitata dal “ Dio del non ancora “. Ma soltanto la fedeltà estrema alla gratuità delle nostre parole può renderci capaci di vedere un cielo più alto e più vero.

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