Sosta biblica – gennaio 2022

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Dio deve saper tacere se vuole uomini e donne responsabili e capaci di domande non banali.

In questo nostro primo incontro, ci facciamo accompagnare da  Giobbe: il diciannovesimo capitolo. Come sempre guidati dal testo di Luigino Bruni: ”La sventura di un uomo giusto”, è un testo prezioso che può cambiare il nostro sguardo, il nostro cuore, la nostra vita. “ .

( lettura del testo Giobbe 19)

Sono molte le fedi rinate da fraternità solidali e capaci di accompagnare fino al fondo del suo buio l’uomo che grida verso un cielo che gli appare vuoto e ostile. Ma attorno ai disperati seduti sui mucchi di letame del mondo, non sono meno frequenti le chiacchiere e le persecuzioni di “amici” non solidali, che non vedono la verità che  spesso si nasconde dentro i silenzi della fede e i “litigi” con Dio, e vogliono riempire il cielo vuoto degli altri con le loro parole vuote.

E così continua a riecheggiare sulla nostra terra il lamento di Giobbe: ”Perché mi perseguitate con le vostre chiacchiere?” 19,2. Anche nel suo secondo dialogo-accusa, Bildad ribadisce, con maggiore aggressività, le sue tesi perfette come lo sono tutti i teoremi senza carne e senza sangue, e per ciò, senza verità e senza storia.

Giobbe, torna a proclamare la sua innocenza: ”sappiate che è stato Dio a schiacciarmi, catturandomi con la sua rete 19, 6. Anche Giobbe, come i suoi amici, crede nell’ordine divino del mondo, e per evitare l’ateismo prende Dio talmente sul serio da addebitargli la sua sventura. E urla, cerca aiuto: Ecco, grido: Violenza!, ma non ho risposta, chiedo aiuto, ma non c’è giustizia!  19,7.

Hamas = violenza. Era un grido, un urlo, con una specifica valenza giuridica. Quando una persona in estrema difficoltà gridava “giustizia! “ ( hamas), creava negli altri un obbligo di soccorso; qualcosa come un sos lanciato da gente in mare che chiede soccorso, e che obbliga chi lo intercetta ad intervenire in suo aiuto.

Ma Dio continua a tacere anche di fronte all’ sos  estremo di Giobbe, perché è lui stesso l’autore della violenza. Dio, per Giobbe, ha udito il grido e non fa nulla. Il Dio di Giobbe non è sordo, ma suo nemico: “ha acceso contro di me la sua ira e mi considera come un suo nemico” 19, 11.  A chi grida allora? Resta la speranza degli amici: ”Pietà, pietà  di me amici miei, perché mi ha ferito la mano di Dio” 19, 21 

È una preghiera  terrena, sotto un cielo chiuso e ostile, e diventa il suo ultimo appello alla solidarietà degli uomini. Una preghiera simile a quella del condannato ai suoi carcerieri, ricordando loro la comune condizione umana; l’appello alla fraternità come ultima risorsa.

Molte solidarietà umane sono nate e rinascono da preghiere orizzontali, da grida disperate di aiuto raccolte da altri compagni, quando il cielo sembrava chiuso, o quando i “ ruffiani di Dio” erano riusciti a convincerci che le loro risposte scontate e perfette fossero veramente quelle di Dio. Questo ci fa pensare alle radici o alle ragioni di quanti si allontanano dalla fede in Cristo per non aver trovato risposte ma solo proclami; e sono persone singole, a volte sono classi sociali o, popoli interi.

Queste fraternità laiche o laiciste che nascono dal saper raccogliere e capire il dolore dell’altro, non sono mai nemiche di Dio, anche quando non pronunciano il so nome o addirittura lo negano come il grande assente davanti al dolore dell’umanità, non sono mai nemiche di Dio, semplicemente  amano e rispondono al grido, al canto, al pianto dell’umanità.

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Il nemico della preghiera e della spiritualità autentica, non è l’altro, l’uomo solidale, ma il narcisismo di chi parla solo con sé stesso, con gli idoli, con le merci. Anche una preghiera in cerca di un amico può essere una preghiera alta, e la solidarietà umana che nasce dal silenzio di Dio può essere più vera e spirituale delle preghiere al dio banale dei ruffiani di Dio e quindi, nemici di Giobbe. 

Perché una spiritualità che non ci renda più umani, più immagine del Dio Misericordioso e padre di tutti e per tutti e, per ciò, fratelli tutti, è una spiritualità pericolosa, falsa, idolatra. “ Non chi dice Signore, Signore, ma chi compie con fedeltà, il volere del Padre …” Mt 7, 21 – 29.

Anche  l’urlo di pietà umana di Giobbe resta senza risposta. Anche gli amici tacciono. Ma la sua ricerca estrema di giustizia ci spalanca davanti un altro cielo da esplorare:” Magari si scrivessero le mie parole, magari si incidessero sul rame  “ 19, 23. Giobbe desidera che la sua vicenda non scompaia nell’oblio, che la sua storia non si dimenticata, che venga scolpita nella roccia, che il suo ricordo non muoia con lui, Giobbe vuole lasciare il suo testamento, come ultimo messaggio; c’è un immenso amore per tutta l’umanità in tutto il suo dramma.

La Bibbia è stata questa roccia, sta anche qui il mistero della parola: mentre Giobbe pronunciava quel suo grido – “ magari si scrivessero le mie parole “ le sue parole si stavano realmente scrivendo, perché noi potessimo raccoglierle. E qui ci si svela una chiave di lettura profonda di tutta la vicenda di Giobbe: gli amici capaci di pietas ai quali Giobbe implora solidarietà siamo noi, i lettori destinatari del suo canto, noi possiamo oggi raccogliere il suo s.o.s. e rispondere.

Ogni grido inascoltato custodito nella Bibbia – compreso il grande grido del Golgota – è rivolto a noi. Io devo chiedermi allora, noi tutti ci dobbiamo chiedere quanti gridi ci sono stati rivolti e non abbiamo ascoltato. La mia  vita, come la vostra vita, è piena di Vecchi, di Anziani, di Testimoni che raccontavano un vita, una storia perché venisse ascoltata. Io li ho lasciati parlare, ma forse non li ho veramente ascoltati, ci hanno consegnato la loro vita e le loro vicende umane perché non fossero dimenticate e, le ho lasciate cadere nell’oblio. Come sarebbe stata, come sarebbe la nostra vita se noi tutti avessimo veramente ascoltato! ?

La Bibbia non è soltanto una raccolta di salmi, di verità divine, di preghiere, e non è neanche soltanto un racconto di Dio all’umanità. Prima di tutto questo, la Bibbia è un grande racconto dell’uomo all’uomo sotto un cielo abitato. La Bibbia è un umanesimo, che ci invita a cercare di rispondere alle donne e agli uomini quando le risposte di YHWH non ci sono o non si sentono. 

Tutta la Scrittura è un s.o.s. lanciato alla nostra umanità, una chiamata a diventare veramente umani, a raccogliere il grido di giustizia di Giobbe e di tutti i suoi fratelli e sorelle che continuano a gridare nella storia, che hanno arricchito il suo primo canto e che invocano la nostra pietà.

All’umanesimo biblico non bastano le risposte di Dio, che spesso tace per fare spazio alla nostra responsabilità. Se Elohim non avesse taciuto per quasi tutto il libro, non avremmo avuto le grandi domande di Giobbe, e il suo grido anelante giustizia, non avrebbe abbracciato e raggiunto tutta la disperazione della terra, salvandola. Dio deve saper tacere se vuole una umanità capace di domande non banali.  I grandi movimenti popolari del secolo scorso sono nati da sincere domande di umanità, giustizia e fraternità. Ci dovremmo tutti riflettere.

Ma la Bibbia non è l’unico scrigno a contenere il sentire umano vero. Molta letteratura è nata e continua a nascere come testamento; forse tutta la grande letteratura nasce così. Molte parole ultime e molte grida verso il cielo e verso l’umanità sono state scritte in cerca di fraternità

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dentro storie di fratricidio e di violenza. Molte di queste parole sono andate perdute, ma molte altre le abbiamo sapute raccogliere e custodire. I lager, le carceri, le morti nelle solitudini, sono stati mucchi di letame capaci di generare fiori meravigliosi. Migliaia di poesie, diari, lettere dal fronte, musica, canzoni. Arte. Persino lapidi, hanno continuato il grido mendicante di Giobbe.

Quando un condannato a morte affida il suo messaggio ultimo alla carta perché possa raggiungere qualcuno, la sua speranza vive. Allora anche una lettera o una poesia possono fissare per sempre quell’ultimo momento di speranza. Rendono la speranza eterna e non la fanno morire; la morte può essere sconfitta, anche dalla nostra parola.

Al culmine di queste preghiere – urlo di Giobbe, ecco nascere un canto di speranza:” Io so che il mio riscattatore ( Goel ) vive e che alla fine si ergerà sopra la polvere! 19, 25.   Una speranza che arriva come arcobaleno mentre ancora infuria la tempesta. Le speranze vere arrivano sempre così: non sono frutto delle nostre virtù o dei nostri meriti, sono grazia, sono charis sono dono. Ci sorprendono sempre e non sono mai né piccole e neppure vane.

Chi è il Riscattatore che Giobbe desidera, anela e chiama dal fondo della sua disperazione? Non lo sappiamo. Forse è un altro Dio, un Dio diverso da quello della sua religione e che sente suo nemico. È la speranza dentro la disperazione che fa risorgere la fede, perché la chiama a diventare ciò che ancora non è. Giobbe spera in un riscattatore dei poveri, degli oppressi, degli innocenti che ingiustamente soffrono e, in qualche modo, lo intravvede. In qualche modo Giobbe è in attesa di un Messia!?

Nelle notti della fede, di ogni fede, si ricomincia sempre dalla speranza, reimparando a sperare, e reimparandolo molte volte. Non sappiamo in quale Riscattatore Giobbe spera. Ma sappiamo che a Giobbe non basta il riscatto in Paradiso, anche perché non lo conosce. Il Dio di questi libri biblici, è il Dio dei vivi, non dei morti.  E noi sappiamo, noi tutti sappiamo che non può essere  vero un umanesimo biblico che rimandi tutto il riscatto delle vittime innocenti all’oltretomba. 

Il Riscattatore di Giobbe deve arrivare e alzarsi sulla polvere della nostra condizione umana di viventi, mentre siamo viventi su questa terra, in questa storia. Quando ci sarà consegnato il Vangelo scopriremo che forse indica la strada verso il Paradiso ma che sicuramente traccia una scelta di vita perché mai sulla terra si stabilisca l’inferno.

La terra promessa è la nostra terra. Ogni promessa di riscatto delle vittime che non divenga impegno concreto di liberazione qui e ora, rischia di diventare disumanità e inganno. Giobbe vuole vedere il suo Riscattatore giungere nella polvere del suo letamaio, vederlo con i suoi stessi occhi: “ Io lo vedrò, io in persona, e non da estraneo, i miei occhi lo vedranno “ 19, 27.

Il Riscattatore, il Goel non è un idolo; se sa arrivare fino alla polvere delle vittime, se lo incrociamo sotto casa, se lo intravvediamo in donne e uomini della nostra città capaci di ascoltare l’urlo dei tanti, troppi Giobbe, e rispondere. Troppi poveri non hanno mai visto arrivare il Liberatore sui loro mucchi di letame, e attendono. E Giobbe continua a chiamare la terra, l’umanità, Dio. Grida per tutti loro, e grida per tutti noi.

Dobbiamo   diventare atei e liberarci dai nostri troppi idoli per diventare finalmente credenti.

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