Sosta biblica – 11 dicembre 2021

Stampa il Programma della “Sosta Biblica 11 dicembre 2021”

Sosta biblica  accompagnati da Luigino Bruni, economista e teologo biblista

San Martino a Gonfienti 11/12/20121 ore 8:40

Giobbe e i ruffiani di Dio
Giobbe 11. 12. 13 . 14.  Sono molti gli economisti, i filosofi, gli intellettuali che costruiscono  teorie per legittimare la miseria del mondo; miseria che ci viene raccontata come conseguenza della pigrizia dei poveri, miseria inscritta nei loro geni. Quanti chiedono verità e giustizia sulle cause delle loro sofferenze, vengono spesso marginalizzati e ridicolizzati, perché la prima forma di povertà subita è la negazione della verità sulle cause del loro patire. Se sono così è perché hanno le loro colpe da scontare. 

Anche  la religione fa la sua parte in questo delirio. Gli  amici di Giobbe cercano di convincerlo che se è caduto in tale disgrazia è perché ha le sue colpe da scontare. Ma Giobbe si ribella e vuole risposte diverse su Dio e sull’umanità, non vuole più ascoltare gli amici teologi, oggi diremmo che non ne vuole più sapere dei preti, e interroga direttamente Dio; ed è quello che, di fronte al dolore, vogliamo e dobbiamo fare anche noi.

Non mancano mai coloro che, di fronte al dolore sanno diventare Samaritani, grazie a Dio ci sono. Purtroppo ci sono anche quelli che per celebrare l’infinita e insondabile sapienza di Dio, aggrediscono, umiliano, condannano i tanti Giobbe della storia definendoli dei senza Dio e dei senza religione. Giobbe, resta dalla parte della terra, della storia,  resta solidale con l’umanità sofferente, avrà poca religione ma  molta fede in un Dio e Signore che rende giustizia e riscatta dal male. Giobbe ci insegna a non lodare Dio contro l’umano, non è un ruffiano. E però, oggi come ieri, sono una moltitudine i ruffiani di Dio, quelli che pensano di difendere Dio ma che in realtà badano a lodare solo se stessi, senza amare veramente né Dio né l’umanità.

I tre amici per difendere Dio offendono l’umano e negano l’evidenza; conoscevano Giobbe e sapevano che era un giusto. La loro teologia è fredda, loda Dio per lodare se stessa. È ridotta a ideologia e, quindi, a idolatria. Dobbiamo ritrovare tutta la ricchezza del nostro umanesimo, dobbiamo e vogliamo parlare bene a Dio dell’uomo prima di parlare bene all’uomo di Dio.

La verità, la bontà e la bellezza divine non possono essere difese contro la verità, la bellezza e la bontà umane. Chi lo fa nega l’umano, nega la terra, nega Dio.

L’esperienza concreta e incarnata di Giobbe giusto e ingiustamente sventurato è il primo dato di realtà da cui doveva partire Sofar. Invece, come tutti i falsi profeti e i falsi sapienti, difende Dio che non ne ha bisogno per salvare se stesso e la propria “ verità “ teologica.

I dialoghi tra Giobbe e i suoi amici sono allora una critica alle religiosità nemiche dell’umano e di Dio, alle ideologie, alle filosofie, alla religione ridotta a etica. Giobbe, dal suo mucchio di letame su cui sta seduto, denuncia tutti i moralisti che non guardano il mondo a partire dagli scartati, e diventano  inutilmente aggressivi.

È impressionante la smisurata schiera di teologi e filosofi che hanno usato e usano la loro idea di Dio per costruire una piramide al solo scopo di potervisi collocare in cima, accanto o al di sopra di Dio stesso, in quanto suoi architetti e costruttori. È Giobbe allora il vero teologo, il vero umanista, il vero politico! Colui che chiede a Dio di “ Svegliarsi “ per essere all’altezza della sofferenza del mondo. Vedi papa Francesco verso la Chiesa e i potenti della terra.

Giobbe ci sta rivelando che i poveri hanno una intuizione privilegiata di Dio e della verità. Quando si raggiunge la condizione umana estrema, dove tutti i ponti dietro le spalle sono caduti e davanti non si intravvede alcuna terra promessa, si può cercare solo la verità e spesso, la si trova. Allora Giobbe diviene l’icona altissima anche della fede biblica che si esprime in una continua e incessante domanda di verità, che se vuole essere vera, deve essere gridata seduti con Giobbe sui mucchi di letame della terra, là dove la storia scarica i suoi scarti e le sue eccedenze umane e, non smettere mai, mai, mai di sentirci fratelli e sorelle di tutti e di tutto.

Ma Giobbe è anche il paradigma di chi ha ricevuto una vocazione vera, sia essa religiosa o laica o artistica. Quando ci si incammina dietro una voce buona che chiama, da fuori e  da dentro, arriva inevitabilmente per tutti la tappa di Giobbe; capita di trovarci seduti sul mucchio di letame, sulla spazzatura della propria città, è allora che nasce in noi il bisogno assoluto di verità, sulla propria storia, su Dio, sulla vita, sulla comunità civile o religiosa di cui si è parte; e non ci si accontenta più delle piccole verità o delle risposte troppo semplici.

Avendo dato tutto, si può e si deve chiedere tutto.  E come Giobbe si capisce che le risposte alle proprie domande di verità non sono semplicemente per sé ma  sono per tutti, nasce allora una vera amicizia con uomini e  con donne, con la natura che non è frutto delle nostre sole virtù ma, soprattutto dono dall’Alto.

Splendido infine il canto cosmico di Giobbe. Nella sua condizione di amante povero e disinteressato della verità, Giobbe sperimenta nella sua carne ferita l’unità e la comunione con tutta la creazione. Include nel suo canto gli animali, la terra, le piante, la paglia; li capisce, li ama, li affratella:” Interroga le bestie e t’istruiranno, i rettili del suolo e ti ammaestreranno, te lo racconteranno i pesci del mare “. ( 12, 7 – 9 )  tutto diventa vivo, tutto ci parla, tutto prega

Si impara a vedere e a contemplare l’innocenza e la verità degli animali e di tutta la vita non umana; si impara che solo gli umani possono essere falsi, adulatori e idolatri, non gli animali o le piante. Nel mondo di Giobbe c’è una verità più radicale del cosmo: rocce, acque, alberi, radici, foglie compongono un unico canto della terra, che diventa parola nella gola di Giobbe. La fragilità della condizione umana effimera fa sentire Giobbe ancora più creatura. ( 14, 7 – 20).

Questa vulnerabilità cosmica, questa specie di dolore universale per le sofferenze inspiegate di animali, piante, terra, dona a Giobbe una base più solida per il suo contraddittorio con Dio: diventa il portavoce estremo e vero della terra, e chiede a Dio che dia ragione di un mondo da Lui creato dove c’è troppa sofferenza senza ragioni.

Siamo di fronte a una meravigliosa reciprocità tra Giobbe e la natura: la terra gli offre altra evidenza e più forza per il suo processo con Dio, e Giobbe dà voce alla natura, chiedendo all’Eterno spiegazioni anche per conto delle rocce, degli animali, degli alberi. È forte, se sappiamo ascoltarla, la domanda di giustizia e di verità che si innalza ogni giorno dalle piante, dagli animali, dagli uomini.

La presenza di Giobbe o di qualcuno che indossa bene la sua maschera nel dramma della vita, è imprescindibile per ogni persona, comunità, società o popolo che non voglia cadere nelle ideologie e quindi nei regimi, che sono sempre costruiti sulla base di ragionamenti tipo quelli degli amici di Giobbe. Che usano grandi ideali e Dio stesso per opprimere i poveri e giustificare le loro oppressioni.

Sono, invece, fratelli veri di Giobbe quei rari poeti o artisti che, per vocazione e carisma, non hanno paura di spingere fino in fondo le loro domande sulle verità della vita, senza arrestarsi di fronte alla quasi invincibile tentazione di cercare e trovare consolazioni diverse dalla consolazione della verità.

Eppure, se nella vita non si incontra mai Giobbe o un poeta amante come lui della nuda verità, ad esempio un Leopardi, non ci liberiamo delle ideologie, e ci asserviamo a qualche idolo dalle risposte semplici, a volte banali, semplicissime e, non vere. Stiamo vivendo una profonda mancanza di domande vere, grandi, esistenziali, di domande vitali. Ci stiamo abituando a domande del tipo talk show e ci dimentichiamo che siamo diventati grandi chiedendo mille perché  ai nostri genitori e educatori, e che diventiamo veramente adulti se siamo capaci di tornare ai grandi perché di quando eravamo bambini.

Dio tornerà a parlarci quando con e come Giobbe, sapremo interrogarlo con nuove domande capaci di sveglialo. ( Maetro non ti importa nulla che  affoghiamo? Mc 4 , 35 – 41)

Capitoli 15. 16 . 17.

Vorrei iniziare chiedendo perdono a tutti gli anziani della mia vita; perdono per non averli ascoltati con più attenzione. Si ripetevano, è vero! Ma mi volevano consegnare la loro vita, la loro storia, cercavano ascolto e, troppe volte, l’ho fatto con scarsa attenzione.

La colpa come il debito sono grandi temi nella vita di tutti. Come grande tema è conoscere e difendere la propria innocenza. Nasciamo tutti innocenti, e possiamo restarci per tutta la vita. come Giobbe. La morte di ogni bambino è morte innocente, ma anche molte morti di vecchi sono altrettanto innocenti. E Dio, diversamente dagli idoli, deve essere il primo ad alzare la sua mano in nostra difesa, a credere nella nostra innocenza contro tutte le accuse dei nostri nemici, delle religioni, delle ideologie e delle teologie.

Le prigioni del mondo continuano ad essere piene di schiavi accusati di debiti inesistenti, il mondo stesso con i suoi sistemi di dominio rischia di essere una immensa prigione, e i carcerieri ad arricchirsi trafficando con le loro vittime innocenti che chiedono liberazione. È la storia drammatica dei Popoli in fuga e dei muri che si innalzano attorno a loro divenendo prigioni dove muore la loro libertà e muore la nostra dignità.

Dopo il primo ciclo di dialoghi tra Giobbe e i suoi amici, entriamo ora in un ciclo nuovo, dove ognuno  riprende la parola per ripetere, esasperandole, parole di accuse crudeli e durissime contro Giobbe che, dal mucchio di letame su cui è seduto, continua a porre domande sempre più grandi e ad attendere risposte vere che non arrivano.

La sua pazienza non la esercita verso Dio, nei cui confronti è radicalmente impaziente, ma verso i suoi amici. Dopo le risposte di Giobbe, Elifaz riprende la parola con dura aggressività e dice:” Con sproloqui di vento, con ventre gonfio di vento, ammucchiando parole vuote, blaterando tu parli. Ma è così che parla un saggio?” 15,1 – 3.

Tu distruggi il timore di Dio, tu annulli la preghiera ( 15, 4) Può mai essere puro un uomo? Può essere giusto chi è nato da donna? ( 15, 14)” allora Giobbe risponde:” Quante cose ho sentito come queste, mi stomacate voi consolatori, le vostre parole sono vuote. ( 16, 1) e ribadisce il suo capo di accusa: “ Ero felice e mi ha fracassato, mi ha preso per il collo e mi ha spaccato in due. 

( 16. 12) In questa nuova variante del tema dominante del canto disperato di Giobbe – io sono innocente, è Dio che deve spiegare cosa sta facendo con me e con tutta l’ingiusta sofferenza della terra. Dio renderà finalmente giustizia cominciando a ristabilire la verità e a proclamare l’innocenza dei Giusti e il coraggio dei Martiri.

Giobbe, esasperato dalle risposte banali finora ottenute dai suoi amici e sul silenzio di Dio, continua a chiedere un arbitro, un giudice neutrale e giusto che possa provare la sua innocenza, e quindi, pronunciare una sentenza giusta. “ se c’è nelle altezze di Dio il mio testimone, e il mio difensore . . .  giudichi lui tra un uomo e Dio, come si giudica tra due pari” ( 16, 19 – 21). E così, dopo aver fatto ricorso al linguaggio del diritto processuale, ora Giobbe passa al registro commerciale.

Invoca la figura del mallevatore, chiede a Dio di fargli una fideiussione:” Disegnami un garante presso te stesso, che sarà il mio mallevatore? ( 17, 3 ). Il mallevatore era colui che, con la propria reputazione o il proprio patrimonio, garantiva un debitore di fronte al suo creditore, associandosi alla sua responsabilità in caso di insolvenza. Si impegnava in solido con il debitore garantendo per lui, con un’alzata di mano ( manum levare).

È molto forte questa preghiera di Giobbe. Sfinito dal dolore, dalle mancate risposte, dalla superficialità dei discorsi degli amici, Giobbe alza di nuovo il grido verso Dio: “ fammi tu da garante, alza la tua mano per me! Tu che sai la verità, rendimi giustizia”. Cristo Gesù, dall’alto della croce, con le mani alzate per sempre, è per noi e per tutti, il mallevatore per la nostra salvezza e il condono  per – dono dei nostri debiti o peccati

Giobbe cerca di vedere dentro la sua vicenda un Dio diverso e più profondo, un Dio più vero di quello conosciuto finora. Giobbe sente che ci deve essere un volto di Elohim che sta dalla parte del povero ingiustamente oppresso, un Dio disposto ad alzare la mano per lui. Se il Dio biblico è chiamato giusto, buono, lento all’ira e ricco di misericordia, allora è possibile rivolgersi a un volto di Dio senza negare gli altri. Cercare un nuovo volto di Dio è ciò che invoca il salmo 27: “ mostrami Signore il tuo volto . . .  il tuo volto, Signore, io cerco “. 

Ogni preghiera, se non è magia o frutto della paura di Dio e del vivere, è chiamare qualcuno per nome, chiedergli di diventare ciò che ancora non è, e noi con lui diventare altro da ciò che siamo; è la nostra possibile e necessaria conversione!il passaggio dalla religiosità alla professione di Fede.

Giobbe è accusato di insolvenza, è stato messo sul lastrico da debiti inesistenti imputati a lui. Sia nel mondo antico come ancora oggi, quando i debiti non si pagano si diventa schiavi,  si crea attorno una prigione fisica o morale. Dal profondo della sua prigione, Giobbe grida verso il cielo:” Tu sai, almeno Tu sai che sono innocente. Lo dimostrerò, anzi, sarai Tu a dimostrare la mia innocenza, fammi Tu da garante, Signore, alza la tua mano e garantisci per me. Almeno Tu – volto diverso, volto misericordioso dell’unico Dio, almeno Tu dammi fiducia! “ È il grido forte che ogni giorno si leva dalla terra verso il cielo, è il grido dei giusti, il grido degli innocenti che dal cielo, da Dio, attendono giustizia. I

Il  nostro tempo, il nostro mondo, dentro e fuori le carceri è pieno di innocenti che ripetono la preghiera di Giobbe: se sono giusto – e io so di esserlo, e non voglio smettere di credermi innocente perché lo sono – ci deve essere, sulla terra o in cielo, qualcuno che mi dia credito!

Dio non risponde e, Giobbe simile a tanti come lui, mentre si trova nel pozzo dell’umiliazione estrema, risente nel suo animo l’antica voce dell’anima che dice:” non c’è violenza nelle mie mani, è sincera la mia preghiera”. ( 16, 14 – 17).

Se Giobbe avesse ceduto alle richieste degli amici e ammesso la sua colpevolezza, non avrebbe consentito a Dio di poter diventare il garante di ultima istanza dei poveri e delle vittime. La fede di Giobbe in un Dio diverso, più umano ha costretto Dio, attraverso tutti i libri della Bibbia e lungo la storia, a mostrare un suo volto diverso, finalmente paterno e materno.

Giobbe non sta allargando solo l’orizzonte dell’umano buono e amico di Dio: Giobbe ha allargato anche l’orizzonte di Dio con l’umanità. Se è vero che l’umanità nel rapporto con il Dio biblico ha imparato a diventare più autentica, più umana, è anche vero, paradossalmente, che nel rapporto con l’umanità il Dio biblico ha imparato a diventare più Dio.

Il Dio dei filosofi non ha nulla da imparare dalla storia, ed è inutile alla vita dei poveri. Il Dio biblico è un Dio diverso. Chiediamolo a Giobbe, chiediamolo a Maria che ha visto un bambino diventare uomo e ha visto un crocifisso risorgere. Mentre Giobbe invoca quella grazia estrema, mentre sente la morte ormai vicina, dalla sua anima fiorisce una delle preghiere più belle e straordinarie di tutto l’Antico Testamento; una preghiera che solo chi ha sofferto può capire, può pronunciare con verità

“ Terra, il mio sangue non ricoprire, il mio grido non abbia mai fine “ 16, 18.  Pensiamo al mondo immenso delle vittime, anche dei nostri giorni. La terra ha ascoltato il grido di Giobbe, non ha ricoperto il suo sangue, non ha ricoperto il  sangue di molti giusti, e continua a conservare la memoria del grido di Giobbe e dei suoi fratelli di dolore. Francesco d’Assisi chiamerà la terra e la morte sorelle. Ci vogliono le stimmate per sentire e chiamare veramente  la terra e la morte sorelle.

Ogni persona, ogni comunità o paese ha i suoi luoghi della memoria, i suoi monumenti che custodiscono il grido dei giusti. Alla terra va chiesto, va supplicato di non ricoprire il sangue dei giusti. Noi umani vorremmo coprirlo, anche per dimenticarlo, troppe volte il ricordo fa male, troppo spesso la memoria è corta. L’amore umano, anche quando è buono, chiede di dimenticare, di seppellire, di metterci una pietra sopra per seppellire un grande dolore, Giobbe lo dissotterra per un amore più grande.  Ricordate Gesù e la morte di Lazzaro GV: 11. Levate la pietra sotto cui lo avete posto e lasciatelo andare.  

Oggi il suo grido, la sua preghiera, ci chiede di diventare garanti, responsabili e solidali con tutte le vittime innocenti e ci chiede di imparare ad alzare la nostra mano per salvarle dal martirio e dall’oblio.  Mi chiedo spesso se ci vorranno perdonare i nostri vecchi per non aver ascoltato, o per averlo fatto con troppa disinvoltura, le loro storie di fatica, di dolore, di violenza  e di ingiustizie subite. Noi padri e madri, noi maestri, se non sappiamo custodire le loro memorie cosa trasmettiamo ai nostri figli e ai nostri discepoli?

In cosa crediamo veramente se tutto si copre e tutto scompare nell’oblio di menti fragili, di cuori aridi, di fede incerta?

Una risposta a “Sosta biblica – 11 dicembre 2021”

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.