Sosta biblica – 16 ottobre 2021

Stampa il Programma della “Camminata Biblica 16 ottobre 2021”

Primo incontro – Gonfienti. Sabato 16 ottobre 2021, alle ore 8.30

Leggiamo Giobbe per capire il dolore innocente  ( 1 )

Iniziamo questo libro per aiutarci a capire ciò che segna come cicatrice indelebile e inguaribile, la vita e la storia di tanti fra di noi, e poi perché la vicenda di Giobbe ci tocca un po’ tutti, con  modalità e tempi variabili ma non eludibili. Ci si aspetta che l’ingiusto patisca per il male fatto, che il furbo, prima o poi, cada nei suoi tranelli, alla fine ci si aspetta che Dio, almeno Dio, faccia giustizia, cioè che punisca il colpevole e premi il giusto, eppure, troppe volte la vita non funziona così e allora ci si domanda se Dio c’è e che ci sta a fare. Anche noi lo facciamo! Non  lo facciamo come atei, ma come credenti!

In questa nostra lettura del libro di Giobbe, ci accompagnano le riflessioni, davvero speciali, di un grande amico come l’economista e teologo biblista Luigino Bruni. Pur procedendo liberamente, facciamo tesoro delle sue riflessioni che abbiamo letto sul quotidiano Avvenire, e ora sono raccolte in un piccolo e prezioso volume edito dalle Dehoniane, con il titolo: La sventura di un uomo giusto.

Iniziamo allora con i primi 3 capitoli che descrivono chi era Giobbe prima delle sue sventure. Annotazione  necessaria. Alcune cose ci possono sorprendere. Dio è un personaggio un po’ strano. Satana è uno degli angeli che hanno accesso alla corte celeste e a cui Dio sembra dare molto credito e tanta fiducia. L’inizio sembra un romanzo : “ c’era una volta . . . “ poi il racconto si fa molto serio fino a diventare inquietante. Ma procediamo con ordine.

Tutti noi, forse, abbiamo vissuto la storia e le vicende di amici o parenti, o familiari, oppure noi stessi siamo stati dei piccoli Giobbe,  e scoprire che anche i giusti possono cadere in disgrazia. Anche oggi, come ai tempi di Giobbe, gli amici, la saggezza popolare, la filosofia e la teologia, come pure la religione o la religiosità praticata, cercano e offrono spiegazioni delle sventure, e si fa molta fatica a pensare che un giusto, uomo o donna, possano cadere in rovina senza avere una qualche colpa.

Come il dono ha bisogno di una buona ragione per essere spiegato, capito e accettato, così anche per la rovina che si abbatte sugli esseri umani abbiamo bisogno di trovare un perché che sazi la nostra sete di equilibrio, che appaghi il nostro senso di giustizia. Il nostro buon senso non riesce a convivere con le disgrazie senza ragione.

Il libro di Giobbe ci dice che la sventura e la rettitudine, possono convivere, e che anche chi è giusto e buono può precipitare nel baratro più grande e profondo. La sventura degli altri non dice nulla di definitivo sulla loro rettitudine, come non dice nulla di definitivo sulla loro possibile malvagità. E in un tempo come il nostro, che sta facendo del merito una specie di idolatria, Giobbe ci ricorda che la vita vera è molto più complessa e viva dei nostri meriti o demeriti. Oggi più di ieri ci sono persone ricche senza merito, e persone impoverite senza alcun demerito.

Questo, però, ci pone grandi interrogativi, perché se la sventura colpisce giusti e ingiusti, buoni e cattivi, questo ci porta a pensare che il mondo sia governato dal caso e a negare che valga la pena coltivare le virtù, perché è la fortuna a vincere. E ci induce a chiederci se il Dio di Abramo, di Mosè, il Dio dei Padri e dei Patriarchi, il Dio di Gesù, il nostro Signore, è lo stesso Dio di Giobbe o è un altro? Oppure non c’è alcun Dio e siamo destinati ad essere divorati da idoli sempre più sofisticati e voraci?

Allora, il libro di Giobbe, che incominciamo a leggere, non è solo un grande trattato di etica per salvarci nei tempi delle grandi prove; è anche un testo che ci mostra un volto diverso del Dio biblico. Se leggiamo  la vicenda di Mosè in Esodo 4, o in Numeri 23, oppure la lotta notturna di Giacobbe  in Genesi 32, scopriamo che anche noi dobbiamo affrontare una lotta contro tutte le idee e le immagini che ci siamo fatti di Dio. 

E scopriremo che anche nella nostra vita ci sono momenti di lotta con Dio e il suo Angelo che alla fine ci lascerà un segno in-segnandoci una nuova dimensione della vita e del vivere e una nuova visione di Dio e del nostro rapporto con Lui. Scopriremo che ogni volta che apriamo un testo biblico, ogni volta che leggiamo lo stesso testo, il messaggio che ci viene dato non è sempre lo stesso, le parole restano le stesse, ma il messaggio lo comprendiamo in maniera diversa, come diversa, nel frattempo è divenuta la nostra vita.

Non è facile incontrare e amare veramente Giobbe. Chi non ha perso beni e salute, chi non ha perso affetti e figli farà sempre fatica a capire Giobbe, non è facile maledire con lui la vita stando seduti sul mucchio di letame e, soprattutto, non dobbiamo mai accontentarci di facili spiegazioni, non è facile tornare a benedire la vita dopo che ci ha spogliato di tutto ponendoci sopra un mucchio di letame, non è facile sentirci innocenti anche se lo siamo, non è facile sottrarci ai sensi di colpa anche se colpe non ne abbiamo.

Per questo la lettura di Giobbe non è facile e pochi riescono a leggerla fino in fondo. Siamo costretti a prendere sul serio le contraddizioni della vita, le risposte negate, i silenzi più paradossali e iscriverli tutti dentro il libro buono della vita. Allora se le urla di Giobbe, il suo dolore, le sue maledizioni sono parole della Bibbia, allora non ci sono parole umane escluse dalla salvezza. Imprecare e maledire il cielo e la terra per il male che ci sovrasta, sono ancora bestemmie?

Giobbe ha allargato per noi l’orizzonte dell’umano amico di Dio e amico della vita, inserendoci tutta quell’umanità che conosce solo il linguaggio del dolore e della disperazione, dicendoci che anche le parole più amare, ferite e mute possono comporre un dialogo vero tra il cielo e la terra, forse il dialogo più vero di tutti, e scoprire quanto siano banali le parole di tante nostre preghiere nate dal nulla e che non dicono nulla davanti a chi grida nella sofferenza e chiede aiuto. Chiede  perché?

Giobbe è un libro per adulti, per uomini e donne dalla vita adulta, diciamo pure per credenti adulti. Per leggerlo e amarlo c’è bisogno di aver assaggiato qualche momento di sciagura, qualche ferita profonda, qualche ingiustizia immeritata, nella propria esistenza o in quella di persone a noi molto care. Ma occorre anche saper osare fino a chiedere le risposte più difficili, anche quelle che sembrano assurde e impossibili.

Nei prossimi incontri, faremo una lettura semplice del  testo, magari alternata da qualche riflessione che prenderemo da questo libretto meraviglioso che Luigino Bruni ha scritto per noi e per tanti amici. Sarà bello e arricchente se riusciremo a porci le stesse terribili domande, anche se religiosamente e teologicamente corrette che i suoi amici gli pongono. 

Io non ho la risposta, la cercheremo insieme, anche perché ognuno di noi soffre a modo suo, e non è detto che la risposta riusciremo a trovarla; continueremo a cercarla dentro la nostra vicenda umana.

 Se fossi nato nel 45, sarei nato suddito di sua maestà, sono nato nel 47 e, grazie ai nostri padri e alle nostre madri, alle loro lotte, pagate  a caro prezzo, sono nato libero cittadino di una repubblica democratica fondata sul lavoro.  

Veniamo al mondo nudi e iniziamo il nostro cammino grazie a due mani che ci raccolgono quando ci affacciamo alla vita. Riceviamo in dono l’eredità di millenni di civiltà, di genialità, di bellezza, che ci  merito nostro. Il nostro merito è sempre molto piccolo e, tuttavia, continuiamo a creare ingiustizie crescenti in nome della meritocrazia, e a vivere come se la ricchezza ed i consumi potessero cancellare la nudità dalla quale veniamo e che sempre ci riattende. 

Dal testo impariamo che il Satana ( l’oppositore) perde la sua prima sfida, perché nonostante il suo vento impetuoso che spazzò via tutti i beni di Giobbe, questi non maledisse Dio: in tutta questa vicenda Giobbe non peccò né mai lanciò attacchi contro Dio. Ma il Satana non era ancora convinto della gratuità della fede di Giobbe, perciò chiede a Dio il permesso di provarlo nell’ultimo bene che gli è rimasto: il corpo.

E così, in una nuova assise della corte celeste, prende la parola  e chiede ancora: pelle per pelle: per salvarsi la vita, l’uomo è disposto a tutto. Perciò prova a stendere la mano e a colpirlo nelle ossa e nella carne: scommetto che ti scaglierà in faccia maledizioni ( 2, 4 – 5). Dio gli risponde ancora: “ Ecco, lo metto nelle tue mani “. Satana allora colpi Giobbe con un morbo maligno che lo avvolse dalla pianta dei piedi fino alla testa. Giobbe prese un coccio per grattarsi e si sedette in mezzo all’immondizia” ( 2, 7 – 8 ).

La sventura di Giobbe giunge fino al limite del possibile. Gli rimane solamente la nuda vita. Ma, come Giobbe, solo quando siamo dentro il tracollo totale scopriamo risorse sconosciute che ci rendono capaci di sopportare sofferenze che prima di viverle le pensavamo insopportabili. Una fortezza che ci potrà sorprendere anche quando ci scopriremo capaci di morire, quando per tutta la vita avevamo pensato di non esserne capaci.

Con il secondo capitolo del libro di Giobbe l’orizzonte dell’umano buono e amico di Dio si allarga, e nessuna situazione umana resta simbolicamente fuori. Giobbe si colloca sul mucchio di letame, in mezzo alla spazzatura del villaggio, tocca il punto più basso della condizione umana, vive l’esperienza delle periferie esistenziali più estreme scopre la miseria degli scartati, di tutti i vinti, e di tutte le scorie e gli esuberi della storia.

Le discariche si trovano fuori dalle mura, perché la malattia della pelle di Giobbe ( forse lebbra), lo marchia come impuro, e quindi è cacciato fuori come gli scomunicati. Niente come le malattie della pelle, e per ciò visibili a tutti, erano considerate nel mondo mediorientale un evidente castigo di Dio. Nelle religioni “ economiche “ del tempo, come per le grandi imprese e le banche, dei nostri giorni, la sventura e l’impurità erano considerate come un vita da peccatore e fallito.

È questa equivalenza che Giobbe si rifiuta tenacemente di accettare, non l’accetta né per lui e neppure per noi. Giobbe da ricco e potente si ritrova sventurato, impuro e, quindi intoccabile, fuori da tutte le caste sociali. 

È questa, ancora oggi, la triste sorte di imprenditori, dirigenti, lavoratori, politici, sacerdoti, che caduti in rovina si ritrovano non solo impoveriti, ma seduti su un cumulo di macerie che include anche la famiglia, amici e salute. 

E subito finiscono fra gli impuri, fuori dal villaggio, allontanati ed emarginati dai club, associazioni, circoli, confinati in discariche sociali e relazionali, scansati da tutti e non toccati per il terrore di restare contagiati dalla loro rovina.

Ma Giobbe, sulla cenere e con il coccio, non maledice Dio. Non c’è gratuità più grande di chi spera e vuole che Dio esista e che sia giusto anche quando nella sua vita personale non vede più né i segni della sua presenza né quelli della sua giustizia. Giobbe continua a cercare la verità e la giustizia. Una ricerca disperata, che ha un valore etico e spirituale immenso quando pensiamo che nell’Antico Testamento, Giobbe incluso, l’idea dell’esistenza di una vita dopo la morte è molto rara, quasi inesistente.

Il luogo dove Dio vive e dove si può incontrare la sua benedizione è questa terra e non altro. La lotta di Giobbe abbraccia allora ogni essere umano che voglia apprendere il mestiere di vivere senza accontentarsi delle risposte semplici, neanche di quelle semplicissime dell’ateismo. Giobbe continua a lottare anche per loro.

Se la vita funziona e fiorisce arriva inevitabilmente per tutti la tappa del mucchio di letame. È l’appuntamento con la povertà non scelta ma subita. Finchè siamo noi a scegliere di essere poveri, siamo forse nel campo delle virtù ma non siamo ancora in quello di Giobbe. La povertà scelta, che ha generato e genera molte vite buone, non è la povertà di Giobbe: Giobbe è un ricco felice che diventa povero senza volerlo, per questo la sua condizione abbraccia tutte le povertà e la povertà di tutti, soprattutto quella di chi non l’ha scelta ma vi si ritrova dentro.

E lì, dentro la povertà che si fa disgrazia, incontrare Giobbe che lotta per noi e con noi. Come quando dopo aver speso una vita per costruire una ricchezza spirituale, un giorno, tristemente e improvvisamente, ci si ritrova nudi come vermi su un mucchio di letame, privati di tutti i beni, stima e rispetto che avevamo messo insieme faticosamente. Questa povertà radicale e non scelta, ci fa diventare quei piccoli che riescono ad entrare in un altro regno, perché riescono a vederlo, a desiderarlo con tutte le lacrime di cui siamo capaci. Dovremmo visitare un poco, almeno un poco il mondo dei falliti, colpevoli o innocenti, per capire.

Giobbe sul letame non è totalmente solo. Da lui arrivano prima la moglie e poi gli amici. La moglie fa una rapida, infelice e unica comparsa, mentre gli amici saranno i veri protagonisti del racconto.

Segue al prossimo incontro.

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