Se il Signore ci prende per mano…

“Prendimi per mano Dio mio, guidami nel mondo a modo tuo, la strada è tanto lunga tanto dura, però con te nel cuor non ho paura…”

Parole di un canto che ha allietato tante nostre liturgie. Ci ha fatto e ci fa sentire uomini e donne con il cuore gonfio di vita buona, ci regala ancora sogni intatti per andare oltre  questo inverno esistenziale insieme alla gioia di sentirci credenti, credibili e felicemente praticanti.

 “Salirò all’altare di Dio, al Signore che allieta la mia giovinezza “. Pregavamo così, una volta all’inizio della Messa.  Oggi siamo qui tutti insieme  per riavvicinarci al Signore, perché ci prenda per mano, perché ancora e sempre renda lieta la nostra vita, qualunque sia la stagione che stiamo vivendo, e lo  facciamo con fiducia; perché Lui, il Signore, ha fiducia in noi. 

SILENZIO. PERDONO. LODE.

Cari amici, Se il Signore allieta la nostra giovinezza, se Lui continua a prenderci per mano, a rimetterci in piedi come ha fatto con la suocera di Simone, se ci rende capaci di metterci a servizio delle nostre comunità, allora vale la pena esserci in questo tempo che, sarà pure difficile, ma è il nostro tempo, non ne abbiamo uno di riserva. Qui e ora siamo chiamati ad esprimere la nostra umanità.

Di questa donna non sappiamo nulla, neppure il nome. Era la suocera di Simone, sicuramente una persona avanti negli anni e, tuttavia, rimessa in piedi, ”si mise a servirli”, non come semplice gesto di dovuta cortesia ma come una vera e propria diaconia, cioè un vero servizio verso il Signore e verso l’umanità.  E capire, oggi più che mai, che non ci sarebbe storia di vera umanità senza la diaconia, cioè il servizio delle donne; laiche o credenti che siano, e che la stessa Chiesa sarebbe decisamente più povera di Grazia e di umanità, senza il servizio delle donne. 

 “ venuta la sera, dopo il tramonto del sole, (finito il riposo sabbatico) gli portavano tutti i malati,  tutta la città era riunita … guari molti che erano afflitti … e scacciò molti spiriti impuri ”.

Siamo al primo capitolo del Vangelo di Marco, il primo dei vangeli scritti ed emerge subito la passione di Dio per l’umanità e quella che sarà e dovrà  essere la natura profonda della Chiesa di allora e di sempre:” la compassione solidale  verso i deboli, i più fragili, per le folle stanche e sfinite che chiedono un po’ di vita, chiedono il diritto alla vita, il diritto ad una più vera umanità “

La Chiesa ci affida, oggi, il meraviglioso e difficile compito di  accogliere la vita nascente, affermando che la maternità non è una malattia, così come la povertà non è una colpa. Maternità e povertà sembrano essere diventate due colpe da scontare. Ma non è così; entrambe offrono la possibilità di esprime la natura profonda del nostro essere persone umane:” la capacità e la volontà di prenderci cura”.

Gesù ci mette in guardia da un rischio, da una minaccia sempre presente, un vero peccato contro il Cielo e contro la terra; quello di trasformare i beni della vita in merce;  perché la vita, nessuna vita, in nessun momento, può essere trasformata in merce ”. 

È la grande tentazione di sempre ridurre l’umanità a qualcosa, dare un valore commerciale alla vita, alla salute, alla libertà, alla dignità, alla razza, al genere, per cui essere uomo è più che essere donna, essere bianco è più che essere negro, essere dei nostri è più che essere degli altri, essere sano e produttivo è più che essere malato e disabile, essere giovane è più che essere vecchio e, con molta, troppa superficialità e disinvoltura si parla di utilità e scarto o, di  avanzi o di eccedenze umane. Umanità che non serve! Il  Signore ci insegna che noi non siamo mai qualcosa! Noi, tutti noi, siamo sempre qualcuno!

Era tramontato il sole in quel sabato a Cafarnao e una folla stava radunata davanti a quella porta dove finalmente la mano del Signore rimetteva in vita una umanità stanca e ferita, finalmente una Parola libera veniva donata e i cuori stanchi si sentivano amati e accarezzati.

Viene da pensare alle moltitudini di uomini e donne, di popoli colpiti dalle guerre, carestie, dittature; popoli in fuga dalla miseria in cerca di opportunità di vita buona e si trovano davanti  il deserto che inghiotte e uccide, un mare in cui si affoga, trafficanti di umanità capaci di ferocia, e la grande indifferenza che fa spazio alle mafie di casa nostra e non solo, al ripristino della schiavitù e dell’asservimento.

La mano di Dio che rialza dalla polvere, il cuore di Dio che ascolta il gemito di chi si sente calpestato, il sorriso di Dio che riaccende la speranza in un domani migliore passa, oggi più che mai, attraverso la mani, il volto e il cuore dei cristiani che si fanno testimoni credenti e credibili, capaci ancora di fare della propria vita un pane buono per chi ha fame di vera umanità.

Al mattino presto, prima del sorgere del sole, il Signore si ritira in solitudine a pregare. Anche il Signore Gesù ha bisogno di un respiro divino per ritrovare la pienezza della sua umanità. Se ne ha bisogno Lui a maggior ragione ne abbiamo bisogno noi di questo respiro divino se vogliamo ritrovare la nostra umanità. Ecco perché stiamo celebrando l’Eucarestia.

Abbiamo bisogno di respirare il divino se vogliamo essere pienamente umani, se vogliamo che i grandi beni della vita rimangano beni e non merci, se la vita vuole conservare traccia di sacralità non può ridursi a merce.

Perché chi è piccolo, povero, fragile, vecchio, malato, disabile, oncologico, leucemico, un concepito ancora nel grembo della propria madre, non è un colpevole ma un innocente da accogliere e proteggere. E  capire allora che la maternità non è una malattia da curare ma un bene immenso da accogliere, custodire, proteggere, amare. Ecco perché vogliamo essere concretamente vicini a tutte le mamme in attesa, rivendicando per loro e per tutti dignità, rispetto, giustizia.