Qualcosa di cui vantarci

Siamo figli di una generazione che la povertà l’ha veramente sperimentata, quasi sempre subita, ci hanno cresciuti nella fierezza di essere, magari poveri, ma  soprattutto onesti, lavoratori, liberi, profondamente umani. 

Oggi apriamo il Vangelo di Luca e ascoltiamo le prime parole pronunciate da Gesù. Fino a questo momento, i Vangeli ci hanno parlato di Lui, ma queste sono le prime parole che Lui pronuncia in pubblico e che i Vangeli ci riportano: ”Oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato”.

Gesù conosce bene le Scritture e tutte le parole che dicono Dio, a Nàzaret, ci fa  ascoltare le parole immense che il profeta Isaia  pronuncia per Lui e anche per noi“ lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato . . . e mi ha mandato a portare ai poveri una buona notizia, a proclamare ai prigionieri la liberazione, ad aprire gli occhi ai ciechi, la libertà agli oppressi, e ad annunciare per tutti l’anno di grazia .  . . “.  In queste parole c’è il progetto  esistenziale per ognuno che chiede i Sacramenti del Battesimo e della Cresima.

Isaia conclude il suo oracolo parlando di un giorno di vendetta contro i nemici, Gesù non conosce vendetta. Manifesta invece la realtà e la volontà di Dio di non sprecare il suo tempo in vendette ma in liberazione per tutti, perché tutti siamo definiti come poveri, ciechi, prigionieri, oppressi, e tutti siamo bisognosi di salvezza.

È importante notare che nel Vangelo la parola “poveri “ ricorre molto più spesso che la parola “peccatori “. La buona notizia  che Gesù incarna non è un’etica  più esigente o più elastica, ma svela il cuore di un Dio che si china come madre sulla sofferenza  dei figli, come dono per le povertà, cura per le ferite, come luce per chi non vede e liberazione dalle oppressioni e dalle paure, come crescita di umanità per tutti. 

È il sogno di Dio che prende forma, è la religione o la religiosità che si apre al dono della fede e ogni essere umano può guardare la vita con uno sguardo nuovo e rasserenato quando Gesù conclude il suo breve discorso dicendo:” Sono venuto a proclamare l’anno di grazia del Signore “. Un anno che non finisce mai perché mai si esaurisce la Grazia del Signore e neppure il nostro bisogno di essere continuamente liberati e graziati.

Un canto della Fede che va oltre i doveri della religiosità, anche di quella buona e migliore, un atto di Fede  che mi fa scoprire un Dio che non mette se stesso al centro del suo venirci incontro, ma noi! Ognuno di noi è la passione più vera di Dio. il Regno che Gesù viene a proclamare non parla di un Dio che viene a riprendersi il potere sull’umanità ribelle per ricondurla all’obbedienza, per essere servito, lodato, venerato.

Il Regno di Dio è finalmente una storia redenta e guarita che non produce più poveri, prigionieri, oppressi, scartati; ma finalmente una umanità gioiosa e libera, libera da maschere e da paure, dove la fraternità è legge, dove il pane è benedizione per tutti, il lavoro è scelta di umanità bella e  creativa, la pace  e la giustizia è l’abbraccio tra gli onesti, dove la povertà non è maledizione di cui vergognarci ma scelta di sobrietà, giustizia e condivisione di cui essere fieri,  è la scelta di non lasciare indietro nessuno, perché ci sentiamo: “ Fratelli Tutti”.

Cristo Gesù è dentro di noi, è lo Spirito che ci consacra, è energia che ci muove, è bisogno di vita vera e buona, è desiderio di libertà, è fame di verità, giustizia, libertà, per tutti; ecco perché non  ci dobbiamo vergognare di essere poveri ma ci impegniamo per essere  onesti e solidali.  È con molta amarezza che ci guardiamo intorno, anche in questo tempo di pandemia e di durissime prove per molti e vediamo pochi super ricchissimi che continuano ad arricchirsi senza vergogna  e un mondo sterminato di poveri e di miserabili, di condannati e di esclusi. E tutto questo sembra normale! Di questo invece dovremmo sentire profonda vergogna: considerare  come  rassegnata normalità l’ingiustizia.

Alle parole di Gesù la sinagoga di Nazaret si riempiva di volti di poveri. Come dovrebbe riempirsi ogni chiesa, ogni casa, ogni cuore. Ognuno di noi sa da dove cominciare. Papa Francesco ci invita continuamente a riscoprire  le periferie geografiche ed esistenziali di questo mondo e di questo tempo,  a vedere con occhi più fraterni gli sbalzati a terra dal treno veloce del progresso, a sentirci fratelli e solidali con tutti gli affamati di giustizia e di tenerezza, con gli uomini e con le donne del pane amaro, di quanti vengono ricacciati indietro  in una miseria senza speranza e senza futuro.

Io non so se la Chiesa di domani, in Europa, avrà un futuro oppure no. So che  gli uomini e le donne in cerca di salvezza busseranno sempre alla vita e al cuore di ogni credente; e noi siamo chiamati a dare una risposta che sia umana e fraterna.

Molti si chiedono se Dio esiste e cosa sta facendo per i più poveri e i più sofferenti. Io non conosco risposte al dolore, neppure al dolore innocente, Vorrei che non fosse mai per colpa mia,  e so anche che Dio è lì nella sofferenza del fratello e della sorella, dell’uomo e della donna che chiedono aiuto e chiedono perché.

La vita mi ha insegnato che il dolore non chiede sempre spiegazioni. Dalla vita ho imparato che il dolore chiede sempre aiuto e condivisione, chiede presenza, vicinanza, cura,  partecipazione e tenerezza. Credo che nostro compito sia come quello di Maria, la madre di Gesù: stare ai piedi accanto alle infinite croci della terra, per portarvi aiuto, conforto e liberazione.

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