Per ricominciare…  a vivere

Natale è rinascere, sentirci amati. La Fede non è un atto di obbedienza, neppure verso Dio, avere Fede è sentirci amati da un Dio e Signore che ci vuole essere Padre e ci chiede di imparare ad essere figli.

Dio non chiede la nostra obbedienza! Dio ci chiede molto di più; obbediscono i sudditi mentre i figli imparano a vivere nella fedeltà, l’obbedienza nasce anche dalla paura mentre la fedeltà nasce sempre dal sentirci amati. Scopriamo allora quanto Dio ci ama!

A Natale il Verbo eterno di Dio si è fatto Carne, nella disponibilità piena di Maria, oggi il Signore chiede la disponibilità di ognuno di noi accogliendo pienamente la sua Parola perché in noi si faccia Carne. Nessuna paura; il Signore non ci ruba la vita, ci dona la sua.

SILENZIO. PERDONO. LODE.

Natale? Non me ne sono accorto! Quest’anno poi ancora meno degli anni passati. Sembra una affermazione sciocca o banale ma, se vogliamo essere sinceri, non è poi tanto sciocca e neppure banale. Una festa ridotta per il Covid, qualche lucina, qualche addobbo, un pranzo un po’ più solenne del solito ma poi niente di che. Eppure Lui, il Signore della vita, è veramente nato, il Cielo è venuto ad abitare la terra e in troppi non ce ne siamo accorti, esattamente come duemila anni fa. Quanti a Betlemme se ne sono accorti?

Certo, un gruppo di pastori, gli scomunicati dell’epoca. Il profeta Isaia aveva solennemente affermato che il Messia alla sua venuta avrebbe incenerito tutti gli impuri che a causa della loro impurità avevano ritardato la venuta del messia, primi fra tutti i pastori. Ma  il Signore che nasce nel tempo e ne nella storia  non incenerisce gli impuri: li illumina!

Ricordate le parole dell’Angelo: all’apparire della luce celeste i pastori furono presi da spavento e l’Angelo del Signore disse: “non abbiate paura, per voi è nato il Salvatore, non abbiate paura, andate a Betlemme e troverete un bambini avvolto in fasce”. 

Andarono perché di un bambino non si può aver paura, videro e gioirono e la luce del Signore rifulse su di loro. Raccontavano a tutti ciò che era accaduto e come un Angelo del Signore li avesse avvisati, e la gente si stupiva che proprio loro, gli impuri per eccellenza, parlassero con tanto entusiasmo di queste cose.

A Betlemme nessuno o quasi si era accorto della nascita di Gesù. A Gerusalemme l’arrivo del Maghi getterà nel panico i custodi della religione, della tradizione, del tempio e del potere. Erode deciderà di sopprimerlo.

Avere fede non significa sottomettersi, avere fede significa abbracciare qualcuno che ci ama, lasciarci abbracciare da un Dio che ci viene incontro senza schiacciarci con la sua onnipotenza, senza offuscarci con la sua santità, senza impaurirci con la sua grandezza.

Questo è un problema per chi cerca il miracolismo facile, una religiosità che ama metterci in ginocchio e gridare al prodigioso. Dio ci viene incontro e ci chiede di accoglierlo con un atto di amore, perché la fede è amore, e vivrà, il Dio fatto bambino, solo se Maria lo nutrirà di sé stessa, se Giuseppe lo metterà al sicuro dalle brame assassine di ogni Erode, perché il primo nutrimento di ogni bambino è lo sguardo, il volto, il cuore pulsante di chi lo accoglie; e questo vale per ogni bambino che nasce, vale per ogni figlio e per ogni piccolo che ci viene affidato.

Dio non costringe, Dio ama e fa crescere, semina e custodisce ogni germoglio di vita, lo nutre di sé, lo illumina con la sua presenza, lo sostiene con il suo Spirito, lo cura con la sua Parola che si fa presenza, lo guarisce con il suo perdono che è sempre un atto di amore; e ci chiede di fare altrettanto. Natale non è banalmente una festa di compleanno ma la nostra accoglienza del Cristo, Verbo Eterno di Dio fatto umanità,  la nostra vera nascita a figli di Dio.

Natale è  accogliere in noi la smisurata fiducia di Dio che ci affida la missione di essere in questo nostro tempo, in questo nostro Paese testimoni credenti, credibili e contenti che Lui, il Signore della Vita è in mezzo a noi come Salvezza, perché ognuno impari a vivere non più come servo di un idolo o di un dio a misura delle nostre paure o delle nostre vanità, ma come figli dell’unico Padre e con Lui e come Lui prenderci cura del bene e della felicità del prossimo.

Sentirci responsabili verso il cielo e verso la terra.  Cantare e proclamare la gloria di Dio non come un onnipotente lontano ma come il Signore con noi, che si prende cura di noi. Impegnati a costruire un mondo migliore, a custodire la terra come spazio di vita buona, ad amare il prossimo lottando perché, come ci insegna Gesù nel Padre Nostro, il pane sia per ogni giorno e per tutti, perché il pane non sia mai accumulo vorace e ingiustificato di pochi e mancanza dolorosa e ingiustificabile per troppi.

Credere significa rendere gloria a Dio nell’alto dei cieli ma da quando il suo Verbo si è fatto uomo, significa anche lavorare e, se necessario lottare, perché ogni figlio di Dio sia rispettato su questa terra. E vale per tutti.

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