Nostalgia  del pane di casa

Avere  nostalgia del Padre e del pane di casa. Il  pane di casa non è semplicemente qualcosa ma  qualcuno che nutre la nostra vita. Il pane di casa ha il volto di un padre e lo sguardo di una madre.

Per questo, nella notte del tradimento e dell’amore più grande, regalandoci l’Eucarestia, il Signore Gesù ha voluto farlo attraverso il dono del pane spezzato, del pane condiviso. Quello  che noi chiamiamo “ comunione”. “ il mio corpo, la mia vita, nutrimento per voi “.

Il figlio prodigo dice la storia della nostra umanità, spesso inquieta o rassegnata, ma sempre in cammino. A volte dissacrata eppure sempre abitata dalla nostalgia di un oltre. Dio non impedisce né le nostre fughe e neppure le nostre ricerche di felicità, ma fa germogliare in noi la fame del pane di casa, la nostalgia del ritorno a Lui, bisogno e desiderio di  vita piena e vera. 

Nascere ricchi non sempre ci rende signori, a volte, neppure felici; come i due fratelli della parabola. Non si amano, sono diversi, ostili. Ugualmente insoddisfatti sia della casa che del padre. Uno ha il coraggio di andarsene perché non gli importa di essere figlio, l’altro rimane perché si accontenta di essere un servo; per entrambi il padre è semplicemente un ricco padrone di cui si farebbe volentieri a meno.  

Sia chiaro che essere padre o madre non si riduce all’essere genitore; si può essere genitori per caso e perfino per sbaglio;  ma si è padri solo per scelta e per amore, per molto amore!

Me lo ha insegnato Carmela, questa anziana donna di strada che vive in un angolo di periferia tra le più degradate e difficili di Palermo. Lei ha vissuto la strada per camparsi la famiglia quando il suo uomo stava in “ collegio”. Ora, insieme ad altre donne come lei, con l’aiuto di Libera, porta avanti un centro che si occupa dei bambini di strada e fa un lavoro da missionaria del Vangelo, lì dove neppure i preti ci vanno, Lei e le Altre, si portano nel cuore  la nostalgia del Padre e, a modo, loro vivono il Vangelo della strada e dell’incontro fraterno. 

Un giorno mi ha detto:” prete, questi bambini, da qualche parte hanno tutti almeno un genitore; ma nessuno di loro ha veramente un padre. Di un padre avrebbero bisogno”.   Che Dio, almeno Dio sia Padre per tutti, Padre loro e Padre nostro. Lui ci insegna ad essere  figli, noi impariamo a diventare umani.  

Chi è padre lo sa, chi è madre lo sa, lo ha imparato con la cura dei propri figli. Ma lo sappiamo anche noi come figli quando ci prendiamo cura dei nostri anziani e dei nostri malati, lo sappiamo come cittadini quando ci prendiamo a cuore e ci impegniamo per difendere la dignità e  la giustizia di tutti gli impoveriti dal sistema, lo sanno le moltitudine di precari e disoccupati in cerca di un lavoro e della possibilità di un futuro,  loro lo sanno che non bastano le leggi a far sì che la vita sia veramente vita. Perché la vita sia veramente vita occorre imparare a sentirsi amati. 

 

E, nella parabola, Gesù ci sta dicendo che non è la punizione che ci libera dal male, non è la paura del castigo che ci rende migliori, ma la seduzione dell’abbraccio di un padre o di una madre che ci fa sentire figli. Questo  da un senso al nostro impegno e ci libera dalla solitudine e dal non senso. Un abbraccio che, a volte, profuma di perdono, di fatica  o di lacrime, e la scoperta di quanto sia buono il pane di casa, un pane che ha il volto e la fatica di chi nella notte ha lottato e sofferto perché non ci venisse a mancare. Di chi vive nell’attesa di ogni nostro ritorno, di ogni nostra crescita, della nostra capacità di sentirci finalmente figli in questa casa.

Abbiamo tutti, soprattutto noi credenti, abbiamo bisogno di scoprire che Dio ha un volto diverso da come ce lo raccontiamo. Questo figlio ritorna non perché è necessariamente pentito del male fatto, non torna neanche per amore , torna per fame, torna perché lontano dal Padre, la morte gli cammina al fianco. Torna e scopre chi è veramente il Padre. Perché di un Padre, finalmente sente il desiderio e il bisogno.

Cari amici, siamo vicini alla Pasqua, siamo chiamati a convertirci perché davvero, come una nuova primavera, ritorni a fiorire in noi la vita piena liberandoci dal peccato, cioè dalle visioni, dai sogni e dai progetti sbagliati e da tutte le fragilità e le paure che il peccato porta con sè. 

Consapevoli che Il peccato grave per noi è quello di sentirci schiavi o, accontentarci di essere servi, magari servi buoni,  invece che figli sognati e amati da Dio.

convertirci allora significa

Cambiare lo sguardo su noi stessi

Cambiare sguardo su Dio

Avere fame, avere desiderio di un abbraccio perché figli amati.

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