Non sia turbato il vostro cuore

Nessuno ci descrive come è risorto il Signore Gesù, ma in tanti ci dicono come sperimentarlo vivo e vivificante nella nostra vita. Incontrare e sperimentare il Signore risorto non è un privilegio per pochi, ma una possibilità offerta a tutti. Luca insiste sul segno del “Pane spezzato”. Quello che ci viene descritto non è una visione ma un vero incontro.

“Fate questo in memoria di me” dirà Gesù al termine di quella cena. A cosa si riferiva? Certamente alla celebrazione dell’Eucarestia, alla necessità di ritrovarci nel segno della fraternità attorno alla Sua parola, nella condivisione del proprio essere suoi discepoli, per ricordare il suo insegnamento e il valore delle sue consegne, per consolidarci nella preghiera comune, e poi, con Lui e come Lui, metterci a servizio dell’umanità tutta, nessuno escluso.

Lui si mette in ginocchio davanti ad ogni discepolo, di allora e di sempre, Lui ci lava i piedi,  si prende cura delle nostre fatiche e delle nostre ferite, delle nostre paure e delle nostre solitudini. Lui si fa: “Pane spezzato” per la fame esistenziale, e ci comanda: ”fate questo in memoria di me”. Non un rito liturgico ma una vita, la nostra vita, che si fa dono e sacramento.

SILENZIO. PERDONO. LODE.

Gesù stette in mezzo a loro. Shalom, dice il Signore “pace a voi“ non è un augurio, la pace sia con voi, ma pace a voi. È un dono.  Noi sappiamo che Shalom, pace, nella cultura ebraica indica tutto quello che concorre alla pienezza della vita, compreso il bisogno di felicità, di salute, il benessere, il lavoro, la libertà, il rispetto. Il Risorto questo ci porta e ci dona tutto questo; ed è ciò di cui noi, oggi più che mai, ne abbiamo un immenso bisogno.

I discepoli di allora, come quelli di oggi, fanno fatica, facciamo molta fatica a credere che il Signore sia risorto; stigma e stemma della nostra religiosità non è il Risorto ma il crocifisso e questo, molto spesso, ci incatena ad una visione penitenziale del nostro credere. Quando vogliamo diventare buoni, quando vogliamo convertirci, quando ci pentiamo di una vita precaria, diciamo di voler tornare come bambini, magari innocenti, ma come bambini.

Cari amici, il Vangelo della Pasqua non ci chiede di ritornare bambini ma di diventare adulti; adulti e responsabili, nella vita privata come nella vita pubblica, nelle realtà ecclesiali come in quelle civili. Uomini  e donne  che portano nel cuore il fresco profumo della risurrezione da ogni forma di morte, il profumo della Pasqua per portare nel mondo, nella nostra casa, nella nostra città, nel nostro lavoro, nella scuola dei nostri figli, nei centri vitali, dove si decide della salute, della libertà, dell’economia, della cultura, della politica, la presenza viva e vivificante del Signore Risorto.

C’è bisogno di risurrezione, c’è bisogno di un mondo nuovo, di un mondo risorto, di nuovi orizzonti, di nuovi rapporti e di nuove relazioni dove al centro di tutto non ci sia l’interesse, il profitto, la voglia di dominare, avere, possedere, l’istinto di prevaricazione o di superiorità, ma la dignità, la sacralità, la grandezza di ogni uomo, di ogni donna, immagine di Dio. risorgere vuol dire anche rivedere i nostri stili di vita e di consumo, il nostro diritto al lavoro ma anche la bontà o la negatività di ciò che , lavorando, produciamo.

Come si concilia la Pasqua con le attività mafiogene o corruttive, con la produzione e il commercio delle armi, con l’inquinamento della terra, l’avvelenamento delle acque e dell’aria?

Qualcosa avevano intuito i discepoli di allora, come qualcosa intuiscono i discepoli di sempre, i giusti, i santi, i testimoni di sempre lo hanno intuito come lo intuisce e ce lo insegna Papa Francesco.

Il nove maggio sarà beatificato il Giudice ucciso dalla mafia Rosario Livatino che sul suo diario aveva scritto: “non basta essere credenti, bisogna essere credibili”.  Lui giovane magistrato non si accontentava di andare a Messa ogni giorno ma portava nel suo difficile lavoro il profumo della risurrezione.

Lui cercava  verità, lottava per la giustizia, praticava la misericordia verso le vittime di quel cancro infame che sono le mafie con il loro pesante puzzo di morte. Non bastava al giovane giudice ristabilire la tregua o la pace mafiosa come certi magistrati facevano e fanno ancora, lui portava  la pace di Cristo risorto, lo Shalom, che restituisce vita vera e dignità riconosciuta ad ogni persona. Lui aveva capito e, come lui, tantissimi altri, uomini e donne che all’onestà e alla dignità sanno essere fedeli, sempre.

Certo, ogni tempo ha i suoi testimoni, i suoi martiri. Anche il nostro tempo è ricco di testimoni e di martiri; ma è per loro, è grazie a loro che il mondo e la storia camminano e non restano impantanati nelle miserie dei mafiosi e dei corrotti o dei furbastri di ogni tempo. Questi discepoli del Cristo risorto, credenti o laici che siano, pagano un prezzo altissimo al loro coerente impegno, ma garantiscono con la loro fede, con la loro fedeltà un futuro più vero e più umano a noi tutti. Lo ha spiegato benissimo Gesù nella parabola del chicco di grano che marcisce, diventa spiga, diventa pane per la fame dei figli.

Vorremmo riuscire a leggere la fatica dei primi discepoli  nel credere nella risurrezione, la loro fatica è per noi una garanzia che non si tratta di una storia inventata dove tutti vivono felici e contenti. I discepoli descrivono un fatto vero che li ha spiazzati, dove credere mette in gioco la vita, a volte fino a morire, sempre fino a risorgere. Tutto questo è dono e grazia. Questo è Pasqua! Soprattutto quando Gesù conclude: ”voi siete miei testimoni”. Non semplicemente predicatori, ma testimoni, ed è cosa ben diversa.

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