Natale, non arrendiamoci alla notte

Lasciatemi dire che sono felice di vedervi qui a vivere insieme la profezia del Natale. Leggiamo nel Vangelo che: ”Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose nella mangiatoia”. Come una madre di famiglia che dopo aver fatto il pane per nutrire quelli che ama, lo avvolge in un panno e lo depone nella madia perché nessuno soffra la fame, perché la vita abbia il suo nutrimento.

Oggi, Lei lo depone nella mangiatoia, più tardi lo deporrà, spezzato nelle nostre mani come Eucarestia, infine lo deporrà, crocifisso, dentro un sepolcro. Quella di Gesù è una storia di deposizioni. Ma allora sarà Pasqua, sarà festa di risurrezioni, esplosioni di primavere e di vite redente, di catene spezzate, di vite liberate.

A Natale, Dio si affida alle mani di una donna, ha fede in lei. Come ogni figlio che nasce, anche Gesù vivrà dell’abbraccio di una donna, del latte e della tenerezza di una madre. E Maria nutrirà quel figlio, come ogni madre; di latte, di carezze, di sogni. Lo fa vivere. Natale vivrà se il Sogno di Dio potrà incarnarsi nella vita e nella storia di ciascuno di noi. È in noi che il Verbo Eterno di Dio deve chiede di farsi carne.

C’erano dei pastori in quella zona. I pastori erano gli ultimi della scala sociale. Non erano i proprietari del gregge ma dei salariati che custodivano il gregge di altri. Socialmente erano considerati inutili e selvaggi, non godevano di nessun diritto, manodopera avventizia a bassissimo costo. Per la religione erano degli scomunicati, esclusi dal tempio e da ogni possibilità di salvezza.

Dio, in quella notte parte proprio da loro, parte dal livello più basso, da questa umanità marginale, i più affamati di buone notizie, e la buona notizia che Dio non dimentica comincia proprio da loro. Natale è l’inizio di un nuovo ordinamento della vita, del vivere e di tutte le cose. Natale ha bisogno che ognuno di noi impari ad ascoltare il canto o il pianto di ogni vivente, compresa la terra che abitiamo perché c’è un canto e un gemito anche di madre terra verso la quale non dobbiamo essere sordi e distratti se vogliamo che nutra i figli che la abitano.

Un altro modo di vivere è possibile se Dio comincia dagli ultimi perché nessuno venga escluso e se noi ci comportiamo da amici di Dio.

Natale è rivelazione di un Dio che cammina a piedi, un Dio che ci insegna ad innamorarci della lentezza. Un Dio e Signore che ha molta fretta solo di incontrarci e che poi non vorrebbe mai lasciarci. Oggi per noi che viviamo prigionieri della fretta, del dover correre.

Osiamo guardarci negli occhi … osiamo dirci: ti voglio bene. Osiamo dire a chi ci incrocia nella vita: grazie di esserci.

Natale viene a dirci che troppe volte la velocità produce cecità, e la cecità produce indifferenza e durezza di cuore. Cecità e velocità creano gli insultati, gli invisibili, i tanti invisibili della nostra città, quelli a cui passiamo accanto e che neppure vediamo e che se vediamo ci giriamo dall’altra parte.

E non sono soltanto i barboni, i senza casa. Sono spesso persone dal cuore ferito, persone dalla vita umiliata o sovraccaricata di fatiche, espulsi o esclusi dal sistema non perché incapaci ma semplicemente perché non più utili, eccedenze umane messe da parte, a volte, senza riguardo e senza rispetto!

Natale viene a riaccenderci lo sguardo, viene a ridare luce ai nostri occhi perché lo sguardo spento produce il buio e poi innesta una operazione ancora più devastante: trasformare gli invisibili in colpevoli, trasformare le eccedenze umane in colpevoli, disoccupati, vecchi, malati, poveri, profughi, naufraghi della vita – in colpevoli, in causa di problemi.

Natale ci invita ad avere occhi che vedono, occhi buoni che non si accontentano di guardare.

“Al popolo che camminava nelle tenebre è apparsa una grande luce… a noi oggi il Signore ci affida il compito di essere LUCE, almeno un po’ di LUCE per regalare un sogno ai nostri figli, per indicare un futuro migliore alle persone che amiamo.

Noi siamo figli di un Dio talmente innamorato di questa umanità, la nostra umanità che OGGI, viene a regalarci il Natale. Può succedere oggi come allora, che siano gli scomunicati e i pagani a seguire la luce e la voce degli angeli, ad arrivare per primi a riconoscere che Dio visita il suo Popolo attraverso la nascita e la fragilità di un bambino non attraverso il roboante avvento di potenti, prepotenti e criminali sulla scena del mondo.

Abbiamo bisogno che il Sogno di Dio si possa incarnare nella nostra carne, divenga vita nelle nostre menti, nei nostri cuori e renda operose le nostre mani, perché questo mondo si sottragga alla prepotenza dell’impero, di ogni impero; allora era l’impero romano, oggi l’impero dell’idolatria del mercato governato sempre più frequentemente da trafficanti di armi e non da uomini di pace, affamati di Luce, animati da Saggezza.

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