Commento al Vangelo dell’ottava domenica: Lc 6,39-45

Gesù ci invita ad avere un “occhio buono”. L’occhio buono è una porta di luce attraverso la quale chi entra i noi trova la vita. “L’occhio cattivo” è come una trave su cui inchiodare il fratello con le sue fragilità e i suoi limiti. L’occhio buono è come una lampada che emana luce e illumina attorno a sé, mentre l’occhio cattivo è spento ed emana ombre e oscurità.

L’occhio del Dio era buono e ad ogni gesto creativo compiuto esclamava: ”ecco, è cosabuona ciò che ho fatto” e vide, il Creatore, che l’uomo e la donna erano cosa molto buona, talmente buona da sentirli come proiezione della sua immagine; eppure erano capaci di infedeltà. Ma l’occhio del Creatore, essendo pulito e buono, sapeva vedere oltre.

Come guardano i nostri occhi, la vita e le persone attorno a noi?

È pulito il nostro sguardo? Siamo capaci di misericordia

o ci sentiamo dei giustizieri del prossimo? Come vediamo noi stessi?

Noi ci salviamo non tanto per le nostre virtù che non sempre abbiamo, ma per la misericordia che suscitiamo nel cuore di Dio a causa dei nostri bisogni e delle nostre fragilità che sempre abbiamo. Allora chiediamo sinceramente pietà.

 SILENZIO. PERDONO, ABBRACCIO. LODE

Il brano di Luca si articola attorno a tre immagini: l’occhio, l’albero, il tesoro. “perché guardi la pagliuzza, perché indaghi l’animo del fratello, perché ti ostini a cercare le ombre anziché la luce? Questo bisogno di inebriarci delle debolezze o delle fragilità altrui, non è uno sguardo buono e rischia di sterilizzare il nostro cuore. È lo sguardo di chi ha una vita piccola. Lo sguardo di chi soffre, troppo spesso, di inferiorità e  sente il bisogno di delegittimare l’altro.

E accade che il giudizio che io do sull’altro rischia di cambiarmi il cuore, lo sguardo, la visione stessa del vivere insieme. Se il mio sguardo è viziato difficilmente l’altro mi suscita stima e fiducia e dentro di me maturano il sospetto, la diffidenza, la paura. L’altro diventa il nemico che mi impaurisce, ma non perché è veramente grande o pericoloso ma perché io proietto su di lui le mie frustrazioni e le mie paure, a volte vere ma troppe volte inventate, non vere, quasi sempre ingiuste.

È la paura dell’altro, magari il diverso, magari il forestiero, magari un fallito professionalmente o negli affetti, magari perché ha un altro colore e parla un’altra lingua, prega Dio in modo diverso dal mio; ma alla fine sospetto anche del mio vicino di casa, del mio compagno di lavoro, e poi chissà se i miei parenti sono davvero come dicono oppure anche loro cercano di fregarmi.

Se il nostro sguardo è negativo, sospettoso, non pulito cominciamo a diffidare anche di noi stessi e diventiamo aggressivi per sembrare forti, prepotenti per sembrare giusti, intolleranti per sembrare intelligenti, violenti per sembrare coraggiosi. Per sembrare, appunto!

Gesù oggi ci regala una grande certezza: ”viene a dirci che ogni persona buona, dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene”. Il buon tesoro del cuore, amici!  Abbiamo tutti un tesoro buono custodito in vasi di argilla, cioè custodito nella fragilità del nostro essere e del nostro vivere. Capire allora, che il nostro primo tesoro è proprio il nostro cuore: ”Un uomo vale quanto vale il suo cuore” insegnava Gandhi.

E capire che la nostra vita è veramente viva se abbiamo coltivato tesori di speranza, se coltiviamo la passione per il bene possibile, per una migliore umanità possibile, per una migliore politica possibile, per una migliore convivenza possibile e una “casa comune” dove sia possibile vivere meglio tutti. Nessuno escluso.

Gesù apre ad una fede autentica in Dio percorrendo due direttrici: la linea della persona, che viene prima di ogni legge, e poi la linea del cuore, delle motivazioni profonde, delle radici buone, del terreno buono.

Accade come con gli alberi, l’albero buono, piantato su un terreno buono, irrigato con acqua pulita produce inevitabilmente frutti buoni, ma se l’albero è buono e però, piantato su un terreno inquinato, irrigato con un’acqua torbida; non ci saranno frutti buoni.  Custodire sana la terra su cui viviamo, custodire pulita l’acqua di cui ci dissetiamo, custodire buona l’aria che respiriamo è importante e doveroso per la salute del nostro corpo.

Ma dobbiamo avere molta cura anche di ciò che nutre la nostra mente, il nostro cuore, il nostro spirito perché non sia inquinata la nostra vita nella sua realtà più umana e profonda, perché possa produrre una umanità bella, finalmente e veramente capace di convivere nella verità e nella giustizia.

Liberiamoci allora dallo sguardo maligno, ma liberiamoci anche da tutto ciò che non è verità, che sa di menzogna, che alimenta la cattiveria, il disprezzo dell’altro, il rifiuto dell’altro.

I piccoli, i fragili, i poveri non sono né più criminali e neppure un peccatori di noi! Sono la parte fragile, a volte la parte ferita e umiliata di questa nostra umanità di cui siamo chiamati a prendercene cura, cominciando dai piccoli e dai fragili di casa nostra.

Gesù ci i regala il Vangelo del frutto buono, della fecondità creativa, del gesto che fa davvero bene, della parola che consola davvero e guarisce veramente, del sorriso autentico.

Cari amici, il giorno del giudizio in cui saranno manifestate le verità ultime del nostro vivere e del nostro agire, il dramma non saranno le nostre mani forse non perfettamente pulite, ma le mani desolatamente vuote, senza frutti buoni, senza gesti di amore offerti alla fame e alla fragilità dei poveri.

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