La preghiera non diventi una foglia di fico

Gesù, con un percorso strano e, apparentemente illogico, ritorna a Tiro e Sidone, attraverso le città della Decapoli. Terra straniera, dove tutto pare diverso e poco ordinato, dove le consuetudini non sono sacre, dove il tempio non è il centro del paese, dove pregare è cosa seria, dove dirsi credenti non è mai una banalità ma una sfida e un prezzo da pagare.

E non ci va per convertire i pagani ma per essere vicino a tutti noi e ai tanti poveri cristi che non sanno neppure di esserlo. Si fa  vicino a quanti la vita non la sentono più come un dono, come un bene, vicino a quelli che fanno fatica a dire che la vita comunque è sempre bella, perché la sperimentano dura, faticosa, ostile. In quella terra pagana dove per custodire la Speranza bisogna essere un po’ eroi e avere molta, molta fierezza di essere umani.

 E ci aiuta, il Signore, a scoprire che in ognuno di noi, che dentro le nostre storie, vi è una zona pagana, a volte idolatra, vi è un grande spazio in cui ci è richiesto di essere veramente e pienamente umani se si vuole imparare ad essere credenti. Dove non è possibile usare la preghiera come foglia di fico dietro cui nascondere ignavia, disimpegno, indifferenza, viltà. 

Dove ogni giorno, il credente prega, e la preghiera diventa attingere aiuto dall’alto per abitare, amandola, la terra e l’umanità. Noi tutti, forse un po’ preghiamo, questo è un bene! Ma dobbiamo fare attenzione a chi si prega:  il Dio Padre per tutti rivelatoci da Gesù o gli idoli che ci portiamo dentro. Davanti al grido di dolore che sale dalla terra verso il cielo, riusciamo a sentirci figli del Padre e , cioè, fratelli e sorelle tra di noi?

Siamo a Settembre, mese importante per la nostra Città. Prato sta riprendendo il suo ritmo normale e, riprendono anche tutte le conflittualità di rapporto, di legalità, di giustizia, di lavoro. Nella nostra  città e provincia sussistono, e lo sappiamo tutti, forme di asservimento e di schiavitù, dove gli ultimi, e non sono pochi, pagano  marginalità e sfruttamento, oltre al disprezzo dei benpensanti. Ne abbiamo un clamoroso esempio anche in questi giorni.

Effatà! Dice il Signore al sordo muto che è in noi. Apriti, ascolta, non restare sordo, né cieco, né muto davanti all’umanità dolente che ti vive attorno, sono tuoi fratelli, sono tue sorelle, tu sei credente in Dio che ci è Padre, e il Padre che è Dio te li affida perché tu,  tu insieme agli altri ne abbiate cura.

E ci mostra il Signore che il corpo non è, non può, non deve essere merce da sfruttare, ma luogo santo di incontro con il Signore e con l’umanità.  Effatà, apriti allora come uno scrigno prezioso, apriti a Dio e agli altri, anche con le tue ferite, ferite che possono diventare feritoie, attraverso le quali entrano il vento e la luce della vita vera.

Cari amici. Il primo passo indispensabile per incominciare a guarire è abbandonare le chiusure, le rigidità, aprirsi. Effatà, esci dalla tua solitudine, dove ti senti sicuro, ma che invece è pericolosa, mortale. E subito gli si aprirono gli orecchi. Il primo passo della fede è ascoltare la parola di Dio. Solo chi ascolta bene potrà parlare bene. Chi parla senza ascoltare, alza muri e barriere.

Nella Bibbia c’è un preghiera speciale, è la preghiera del giovane Salomone prima di diventare re; può chiedere al Signore ciò che vuole. E lui chiede: “donami Signore un cuore che ascolta!”. Il Signore gli risponde felice: “Poiché non hai chiesto né ricchezza, né potenza, né una lunga vita e neppure la morte dei tuoi nemici, io ti darò tutto questo insieme a un cuore che ascolta” 1 Re. 3, 9- 14

Dono da chiedere sempre, instancabilmente, per il sordomuto che è dentro ciascuno di noi: 

donami, Signore, un cuore che ascolta, la tua Parola che scende dal cielo e la tua Parola che viene dalla vita che mi circonda, insegnami a non essere sordo al canto e al pianto della vita, aiutami ad essere pienamente. Veramente, umanamente credente”.

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