Io non sono come gli altri

Un nuovo incontro sulla Parola di Dio che ci istruisce sulla preghiera e l’invito solenne di Gesù a non trasformare i poveri in colpevoli, né gli oppressi in malvagi sovversivi e pericolosi.  Perché non  è questo lo sguardo di Dio su di loro! 

L’evangelista Luca, oggi, ci riporta altre parole sovversive di Gesù, e ce le offre perché siano il pane buono che nutre la nostra fame profonda: fame di umanità vera. Non si può pregare Dio e disprezzare il prossimo, cantare a Dio ed essere spietati con gli uomini, sentirsi buoni ed inebriarsi dei difetti degli altri, gridare verso il Cielo la propria presunta superiorità: “ Ti ringrazio Signore: perché io non sono come gli altri …”

È una parabola di “ battaglia “, in cui Gesù ha l’audacia di denunciare che pregare può essere pericoloso, può perfino separarci da Dio e renderci idolatri. Il fariseo conosce  il bene e il male, e il male sono gli altri; conosce già il giudizio di Dio, da cui non ha nulla da ricevere, e conosce l’umanità, dalla quale non ha nulla da imparare. In questa preghiera il fariseo non  adora Dio ma sé stesso, prega sé stesso avvolgendosi in un monologo dove il centro di tutto sono due parole magiche e stregate:” IO. NON SONO COME GLI ALTRI”.

Probabilmente è anche una brava persona che ha fatto di sé stesso il centro dell’universo. È un Narciso allo specchio, lontano da Dio e dagli altri. Narciso è più lontano da Dio di Caino. È inconvertibile; è uno che ha perso il senso della relazione con Dio e con gli altri, ha perso il senso del peccato. È  un fondamentalista triste con se stesso e sfiduciato nell’umanità, per il quale neppure  Dio sa fare le cose giuste, non come le vorrebbe lui. 

Mentre il pubblicano,  il senza nome della parabola, è uno che ci assomiglia moltissimo, è il nostro gemello. Consapevole  di essere un fragile e peccatore, sta curvo in fondo al tempio, non si sente signore in casa propria ma ospite di un Altro e non osa alzare il capo, non giudica nessuno se non se stesso. Ha  bisogno di Dio! E lo prega con le uniche parole che può dire:” Abbi pietà di me Signore, sono un fragile, sono un peccatore”.

Quest’uomo rappresenta quella parte di umanità che mette al centro della  preghiera non se stessa, ma la pietà di Dio; non rivendica e neppure si giustifica, dice semplicemente al Signore:” Ho bisogno di Te, della tua Misericordia”. E sarà perdonato!

Attenzione amici! Il pubblicano è perdonato non perché è migliore del fariseo, o perché i suoi peccati sono meno gravi, il pubblicano non merita niente di più di quanto meriti il fariseo, e lui lo sa. Sa di  essere un peccatore, un ladro, un collaboratore degli invasori romani. 

Non è perdonato neppure perché è più umile del pubblicano; non ha meriti da esibire per essere giustificato. Il pubblicano è perdonato perché mette al centro la pietà di Dio. Il cuore della religione non è ciò che io faccio per Dio, ma ciò che Dio fa per me; la salvezza non è che io ami Dio, ma che Dio mi ama. 

Quest’uomo  è perdonato, perché si apre, come una porta che si spalanca alla luce, si apre a un Dio che è più grande del suo peccato, un Dio che è  Signore, che è più grande  del nostro cuore, del nostro peccato, delle nostre paure: perché Dio non si merita, Dio si accoglie. E si impara a seguirlo diventando credenti, credibili, fedeli e contenti.

Quello che si presenta nel tempio è un uomo, ma potrebbe essere una donna, potrebbe avere il nostro nome e il nostro volto: uno di noi, consapevole di tutte le fragilità possibili che ci portiamo addosso,  e però convinto che può ancora essere salvato, rimesso in piedi, rimesso in cammino per una vita nuova e finalmente migliore. Credere  nella misericordia di Dio.

A questa misericordia, lui si affida! Convinto che per quanto possa essere caduto in basso, per quanto possa essere andato lontano, ancora più in basso e ancora più lontano si troveranno il cuore e le mani di un Dio grande e misericordioso pronte a raccoglierlo e ad abbracciarlo. Perché noi, tutti noi, possiamo stancarci di Dio, possiamo perfino ripudiarlo come nostro padre. Lui non si stancherà mai di noi, né di esserci Padre e neppure di averci come figli.

Vedete amici! Dio perdona sempre ma non perdona per niente! Perché tutto rimanga come prima. Perché il perdono non succede per caso. A Gesù, perdonare è costato  la vita. E la croce non è un banale incidente di percorso. La croce è il prezzo di una scelta di fedeltà che Lui ha fatto verso di noi. 

E allora il Signore che manifesta tutta la sua grandezza nella misericordia e nel perdono, ci chiede di fare altrettanto. “ perdona i nostri peccati perché noi impariamo a perdonare agli altri”. E il perdono non è la beata o maledetta indifferenza, perdonare è anzitutto prenderci cura, farci carico, portare la croce  nostra e quella del nostro prossimo, la croce di chi abbiamo perdonato, verso la Pasqua, perché con Cristo e come Cristo tutti possiamo risorgere finalmente e per una vita veramente nuova.

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