Il piacere della preghiera

Libera riflessione e riduzione da una pagina strappata, quasi rubata da:

“Dieci cammelli inginocchiati”

Il fuoco è acceso nella stufa, la legna arde e manda un buon odore di casa, tengo tra le mani quasi appoggiato sul cuore, un libretto bellissimo di Ermes Ronchi: “Dieci cammelli inginocchiati, ed. Pime, variazioni sulla preghiera. Colgo una intuizione illuminate come un fulmine nella notte, “mi hanno educato alla preghiera come sacrificio, spesso come penitenza dopo la confessione, vorrei pregare, provarci almeno a pregare con il piacere! Trovare, provare il piacere della preghiera”!

Come Gesù che era generosissimo nel lodare; per Lui la preghiera era sempre lode al Padre ma anche lode e apprezzamento di spezzoni di umanità, esperienze, a volte semplicemente frammenti di umanità di cui sapeva cogliere ed evidenziarne tutta la ricchezza, bellezza e splendore, che altri non vedevano ma che Lui sapeva cogliere.

Come quando loda il Centurione romano (Mt 8, 5 – 10), quando loda Zaccheo il pubblicano (Lc 19, 9) o il lebbroso samaritano guarito (Lc 17, 18) o la donna cananea (Lc 8, 48) oppure la donna del profumo (Mc 14, 9). Portare la lode nella preghiera e, dalla preghiera esportare la lode nella comunità. Nella quotidianità di una vita che sembra banale, povera senza bagliori di trascendenza.

Certo che non è sempre facile lodare, eppure nelle comunità, come nelle famiglie, dove non circola questo atteggiamento di lode reciproca e di sostegno all’altro, questo percepire gioia perché l’altro è ricco di qualcosa, sono destinate ad elidersi, a cancellarsi; accade che le persone si cancellano invece di sostenersi.

Il piacere di pregare significa anche gustare la vita e pregare con la gioia di vivere, con l’umile piacere di semplicemente esistere. Attimi di preghiera silenziosa, di preghiera al di là della preghiera, come quando il cuore si infiamma: attimi di tensione creatrice e di fiducia rappacificante, quando arriva la luce attraverso gesti di verità e di bellezza, quando per la dolcezza e la tenerezza di una presenza amica senti battere il cuore degli eventi, quando in un incontro vero scopri l’oceano interiore di uno sguardo che ti accarezza il volto, e l’altro lo percepisci come un miracolo, quando senti le vene gonfiarsi di vita. Sentire che lì è preghiera.

Quando ti unisci al respiro della terra e senti in te il risveglio della primavera, senti in te il Cantico dei Cantici nello sbocciare di un amore che ti cambia l’esistenza, quando l’umile e semplice piacere di esistere ti fa sentire come un germoglio dell’universo dove Dio ha impresso il suo sigillo, il piacere di esistere può diventare il Cantico del tuo Magnificat e scoprire che veramente Lui compie in te grandi cose, e senti nascerti dentro quasi il bisogno di una liturgia fisica, di una danza, di una lode a Colui che ha fatto bene ogni cosa (Mc 7, 37).

Questo è pregare con la propria vita, con i propri affetti, come un papà che danza con il figlio in braccio, con le emozioni e i sentimenti, lì è pregare e pregare con la propria storia, con la propria quotidianità, questo è liberare la preghiera perché tutta la vita diventi finalmente lode al Signore.

Per   fare questo abbiamo bisogno di silenzio intorno e dentro di noi, abbiamo bisogno di ascolto, magari del silenzio di una foresta, di camminare sui sentieri di montagna o semplicemente passeggiare nel giardini della propria anima, liberi da distrazioni e dispersioni. Pregare è sempre un rapporto di intimità profonda con Colui che si ama. Con Colui al quale diciamo ad ogni risveglio:   “di te Signore ha sete la mia anima.”

Marco

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