Il pane buono di casa nostra

“Era buono il pane di casa nostra“, profumava di fatica, di onestà, di lavoro e di tanto, tanto amore. Sicuramente eravamo poveri ma contenti di essere onesti. Di solito si mangiavano patate e polenta e, quando la domenica, dopo la Messa cantata, tutta la famiglia era riunita, brillavano gli occhi di gioia a chi poteva metterci nel piatto qualcosa di più. Ed era festa!

Erano molti, al tempo di Gesù, gli impoveriti; forse i suoi discepoli non  pativano la fame, anche se la sobrietà era la regola quotidiana. Lui, il Signore che ama la vita, gioiva nel vederli contenti del poco che avevano, eppure, gli ipocriti, i bugiardi di ogni tempo, di ogni paese, di ogni cultura e di ogni religione, hanno da ridire: ”perché mangiano con mani impure? “ 

Forse qualcosa del genere ci interpella ancora oggi, ci interpella come chiesa, come popolo, come civiltà occidentale. Ci interroga seriamente davanti alla grande miseria del mondo,  alla feroce  iniquità  e ingiustizia del nostro sistema che genera moltitudini immense di impoveriti che cercano in tutti i modi e con tutti i mezzi di cambiare il corso della loro storia. Sono moltitudini di umanità, uomini e donne, che per noi cristiani sono fratelli e sorelle, di cui molti hanno paura e gridano all’invasione. Forse è vero. Come è vero che per loro, troppi che pure potrebbero, non fanno nulla perché abbiano più  giustizia.

Gesù risponde ai farisei di ogni tempo, e insegna ai suoi discepoli di allora, di sempre; oggi lo sta dicendo anche a noi, che le mani impure non sono quelle con cui si mangia senza prima lavarle, le mani impure sono quelle, magari rivestite di guanti bianchi, che il cibo lo sottrae, lo nasconde, lo accumula, generando fame, miseria e dolore. Mani impure sono quelle degli speculatori, dei  mafiosi, dei corrotti e degli indifferenti di ogni razza e di ogni paese.

Siamo figli di un  paese bellissimo che si chiama Italia, siamo gente generosa, creativa, laboriosa e onesta. Abbiamo visto per molti decenni e li vediamo ancora i nostri figli migliori emigrare in cerca di opportunità di vita, lo rivendichiamo come un diritto di libertà e di civiltà; penso che dovremmo riconoscerlo anche per tutti i poveri. Tutti “ nostri “, nessuno sono “ gli altri “

Occorre forse ricordarci che, più o meno, un secolo fa il nostro Paese, spinto da fame e povertà, e da qualche smisurata ambizione, cercava un posto al sole in terra d’Africa e lo faceva con l’esercito? Gli africani, e non solo, che oggi vengono da noi, lo fanno a mani nude, tutt’al più portano in braccio i loro figli; non sono tutti onesti!  Ma non lo eravamo neppure noi, non sempre e non tutti siamo “ italiani brava gente! “.   

È dal cuore di ogni persona che escono la vita o la morte. Davanti alle grandi sfide di questo tempo tormentato, faticoso, difficile, il Signore Gesù ci invita a ritornare al cuore, al nostro cuore, cioè alla nostra profondità umana, alla parte più nobile e preziosa di ognuno di noi, la sapienza e la coscienza che ci abitano, ai doni dello Spirito Santo che ci sono stati dati, non siamo stati battezzati per niente.

Il ritorno al cuore è un precetto antico quanto la sapienza umana, ma non basta a salvarci, perché nel cuore umano c’è di tutto: radici di veleno e frutti di luce; campi di grano buono ed erbe malate. Siamo chiamati ad evangelizzare il nostro cuore, a fecondare di Vangelo le nostre durezze, le nostre intolleranze e chiusure, i nostri desideri oscuri e i nostri idoli nascosti, ma anche i nostri sogni, le nostre scelte, i nostri progetti migliori, perché la vita sia VITA vera e bella. Gesù si offre a noi tutti come il Pane disceso dal cielo che nutre la nostra vita. Come il pane buono che sanno dare le persone che ci amano veramente.

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