Giovedì santo

Il Signore Dio ci convoca questa sera attorno al pane eucaristico come risposta al grido di dolore che si alza dalla terra verso il cielo.

Siamo tutti testimoni di tanta umanità umiliata e sofferente; a volte siamo attenti, a volte siamo disturbati, a volte perfino insofferenti, perché il dolore non è mai buono, il dolore non è mai bello, il dolore non dona mai serenità, dice sempre fragilità e limite, dice il peccato dell’uomo e della storia, dice la precarietà della natura e della stessa umanità, il male come il dolore è sempre un grido a cui Dio risponde con Gesù.

Siamo chiamati a divenire discepoli e testimoni di un Dio e Signore che, anche a ciascuno di noi, come a Mosè afferma: Ho osservato la miseria del mio popolo, ho udito il suo grido di dolore, conosco le sue sofferenze e sono sceso per liberarlo dalla schiavitù e farlo uscire verso un paese libero e spazioso dove possa vivere e prosperare con dignità”.

Gesù è la risposta a questa sollecitudine del Padre, questo suo farsi dono, farsi nutrimento per la vita dell’altro, questo suo farsi servitore del bene e della felicità di tutti e di ognuno e, questa sera, chiede a tutti noi suoi discepoli, fragili e precari: “voi fate questo in memoria di me”

Cari amici, io non vorrei, girarci troppo intorno al problema: perché noi rischiamo seriamente di trasformare la Pasqua del Signore in un sagra di buoni propositi, in un rituale da compiersi con solennità e tante emozioni, in processioni e rappresentazioni, magari belle ma decisamente inutili, per fare tutto questo non era necessario che Gesù rimanesse fedele fino alla morte e , alla morte di croce, cioè ad una morte infame.

Noi dobbiamo e vogliamo capire che Gesù non è stato vittima della volontà di un Dio crudele che lo manda ad espiare i peccati degli uomini, e neppure vittima casuale di un sistema imperfetto che ha sbagliato un processo. Gesù è stato vittima di un sistema di peccato, di un sistema religioso e imperiale fondato sulla menzogna e sulla violenza del potere che esalta alcuni pochi eletti e stritola senza pietà la moltitudine, dunque, Gesù è stato un perseguitato politico e religioso, vittima della ferocia dei dominatori di Roma e della infedeltà vorace del tempio e della casta religiosa.

Ai potenti di ogni tempo, siano essi religiosi, politici od economici, Gesù ha detto e, continua a dire ancora oggi, senza tanti giri di parole: ”chi vuole essere grande tra di voi, si faccia piccolo, si faccia servitore degli ultimi dei più deboli e dei più fragili, rinunci a dominare e impari a servire”.

E ai suoi discepoli lascia come unico paramento sacro per tutte le liturgie del tempio e delle chiese, un grembiule da cucina dicendo: ”avete capito ciò che ho fatto? Voi mi chiamate maestro e Signore, e fate bene, perché io lo sono, se dunque io, il maestro e Signore vi ho servito fino a lavarvi i piedi, fatelo anche voi, fate questo in memoria di me”.

Non c ‘è, né mai ci sarà vera eucarestia senza vivere la logica del servizio al prossimo, non ci sarà vero pane eucaristico senza che il pane quotidiano diventi per tutti un bene condiviso, senza che il pane di ogni giorno abbia il sapore, non dell’elemosina e neppure della carità, ma il sapore della fatica, del lavoro onesto, della dignità riconosciuta.

Perché a questo ci richiamano le solenni parole di Gesù ai discepoli di allora e di sempre: fate questo in memoria di me, che non dicono tanto una esigenza di perpetuare un rito religioso ma il comando divino di far fiorire nel cuore e nella vita di ognuno: pienezza di umanità.

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