Commento al Vangelo della undicesima domenica

Tutti noi, abbiamo imparato dalla vita e dal vivere, che la realtà si  capisce un po’ alla volta, che non sempre e non tutto è evidente, senza domande e interrogativi e che i tempi di comprensione, sono  lunghi, progressivi. La vita si scopre e si impara vivendo, giorno dopo giorno; il tutto e subito è un abbaglio.

Anche il nostro rapporto con Dio, a volte, ha bisogno di tempi lunghi, le verità si svelano progressivamente. Il sole, la terra, la pioggia o il deserto sono sempre quelli ma altro è ciò che ne abbiamo capito a dieci anni, altro è ciò che riusciamo a capire a venti. Ciò che si comprende quando si è giovani è ben diverso da quanto si comprende nella maturità o nella vecchiaia, nel tempo della responsabilità di cui la vita ci carica  oppure ci arricchisce.

Resta difficile per noi capire che il Regno di Dio sia simile a un piccolo seme gettato nel terreno e che deve morire per dare frutto. La storia ci ha sempre insegnato, e ancora ci insegna, che contano solo i grandi, i forti, i potenti, soprattutto contano i prepotenti, quelli che si sanno imporre, quelli che sanno allargare il loro potere, magari con la violenza o l’inganno come fanno i corrotti o i mafiosi. 

Oggi lo vediamo soprattutto con le guerre in atto; Russia contro Ucraina, Israele contro Palestinesi. E poi le tantissime guerre in Africa, in Oriente e non solo. Guerre armate di bombe e cannoni, ma non sono meno prepotenti, violente e micidiali, le guerre economiche, quelle ideologiche, raziali o climatiche, che riducono a scarto di umanità interi continenti. È la cultura del tutto e subito.

Il Signore ci insegna il tempo dell’attesa, ci insegna che il regno di Dio progredisce con i suoi tempi,  e che i suoi doni, Dio ce li offre gratuitamente, ce li propone e mai ce li impone.  La FEDE in LUI viene proposta e testimoniata ma mai imposta; neanche a fin di bene. 

 A volte ascoltiamo il lamento e vediamo  la sofferenza, perfino il pianto di genitori o nonni che hanno coltivano con infinito amore la vita e la formazione umana e cristiana dei propri figli o nipoti che poi improvvisamente dicono:” io non credo più”. 

Il brano evangelico che abbiamo appena ascoltato sembra volere dare risposta a questa sofferenza; avete seminato con le parole, avete coltivato con l’esempio, avete irrigato a volte con sudore e lacrime, ora lasciate che la Parola di Dio faccia il suo corso, continuate ad essere testimoni credenti e credibili, il resto è opera di Dio. 

Cari amici, vogliamo imparare a guardare la vita con lo sguardo di Dio, a guardare questo mondo con lo sguardo di Gesù, e partire non da un cedro gigante che svetta sull’alto di un monte come descrive il Regno il profeta Ezechiele nella prima lettura, ma dall’orto di casa, un fazzoletto di terra possibile un po’ a tutti?

È grandioso e liberatorio guardare il Regno dei Cieli dal basso,  come un piccolo germoglio che spunta da un campo e scoprire che cresce giorno dopo giorno, e che Dio è sempre all’opera, non smette mai di tessere la storia e che tutto il mondo è come un grembo di madre, un fiume di vita che scorre e che anche un  granellino di senape è incamminato a divenire una pianta, grande abbastanza da diventare  riparo e riposo per gli uccelli del cielo.

Avere la grazia di capire, che verso di noi, Dio agisce non per sottrazione ma per addizione, Dio non toglie  mai la vita ma la dona in continuazione. Stupisce e commuove l’incrollabile fiducia di Dio verso questa nostra umanità, verso ciascuno di noi, verso di me e verso di voi.  

E ci chiama il Signore a prenderci cura  di questo tempo, di questa umanità, a guardare il mondo e la storia con lo sguardo di chi ama, perché noi facciamo veramente bene solo ciò che sinceramente amiamo.

Impariamo amici, impariamo tutti a cercare i grandi di domani non tra i potenti di oggi, ma tra i piccoli, i messi da parte, tra gli scartati, impariamo tutti a trattare con molto rispetto i piccoli della società compresi i bambini, impariamo ad avere cura di quelli che in gergo si definiscono gli anelli deboli o fragili della società, impariamo a trovare meriti e possibilità là dove l’economia della grandezza e dell’efficientismo vedono solo fragilità e limiti. I poveri non sono  una colpa da scontare ma una ferita da curare.

Riaccogliamo il Signore Dio nella logica e nel cuore della nostra vita e del nostro vivere consapevoli e convinti che Dio non riduce la nostra vita ma la rende più vera e meravigliosamente più umana, cioè capace di accogliere ciò che è divino. Accogliere Dio per una storia finalmente umana, finalmente redenta, finalmente giusta e fraterna.