Commento al Vangelo della domenica: Mt. 25,14–30

Non è vero che tutti i sogni finiscono all’alba! Ad ogni risveglio finiscono i sogni di poco conto, quelli che nascono da desideri poveri o inappagati, da eccessive fatiche o da dolorose vicende.

I sogni veri, quelli che scaturiscono dalle profondità della nostra anima, là dove lo Spirito del Signore nutre le ragioni della nostra speranza, al risveglio diventano opportunità di andare oltre, diventano progetti da accogliere e far vivere perché ci tracciano il cammino da percorrere.

È povera l’umanità che non coltiva sogni nel cuore da cui lasciarsi guidare. In questa dimensione entrano l’accoglienza e l’uso dei talenti di cui ci parla il Vangelo di Gesù, talenti che sono dono di Dio a quanti si riconoscono figli e figlie, cioè ad ogni persona; doni da accogliere, opportunità di impegno generoso perché la vita e il vivere siano veri cammini di umanità redenta.

Soprattutto oggi che siamo chiamati a riflettere sulle povertà e i poveri del nostro tempo, i talenti hanno bisogno di sognatori che li accolgano perché i poveri che ci interpellano non siano percepiti come odiosi fardelli o pratiche da evadere ma, preziosi fratelli da accogliere e da abbracciare.

Facciamoci abbracciare anche noi dal Signore e iniziamo questa santa liturgia nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo ………………….

Ed ora abbracciamoci fraternamente tra di noi.

Credo veramente che i Santi e i Giusti di ogni tempo siano uomini e donne talmente innamorati del sogno che Dio ha posto nei loro cuori da giocarci totalmente la vita fino a perderci la testa. Noi i santi, quelli veri, li abbiamo sempre considerati un po’ matti, un po’ fuori norma; sicuramente sono stati sempre e tenacemente dei fuori sistema disorganici e non funzionali al “ cosi fan tutti” ma preziosissimi per la vita e la dignità di sterminate moltitudini di uomini e donne in cerca di dignitosa verità. Sono stati e continuano ad essere gli uomini e le donne migliori.

Il Vangelo è formato da una teologia semplice, dalla logica del seme e del lievito, di inizi che devono fiorire. A noi il Signore affida il lavoro paziente di custodire i germogli, di custodire la fioritura. Perché se Dio è la primavera del cosmo, a noi il compito di essere l’estate feconda di frutti, noi figli della Pasqua, rinati e risorti per vivere infinite primavere di generose fedeltà a chi ci vive accanto ogni giorno.

All’inizio Dio ci consegna il mondo, ci affida un compito, poi sembra uscire di scena. In realtà rimane come il vento che non lascia riposare la polvere, rimane come lo Spirito che ci dona il respiro per vivere. Ci consegna il mondo, con poche regole e tanta responsabile libertà. E ripete per noi la consegna fatta ad Adamo ed Eva: “abitate la terra, custoditela, amate e moltiplicate la vita”.

La parabola dei talenti ci esorta ad avere paura, non del rischio ma dell’inerzia, della pigrizia, della immobilità, dell’atteggiamento servile di chi non fa nulla per paura di sbagliare o perché non ne trae profitto personale, perché la paura ci rende sempre perdenti.

Avevo diciotto anni, avevo come compagno di lavoro un prete di straordinaria umanità e di grandissima fede che faceva il muratore come me, alla vigilia della sua partenza per la Sierra Leone, mi consegnò il santino della sua prima messa; accanto al nome c’era scritto: non avere mai paura, non fare mai paura, non abbandonare nessuno, mai, nella paura. Queste parole sono state la mia bussola fino ad oggi. Forse non sono stato sempre fedele, a volte ho avuto paura, ma non sono mai scappato, né mai ho abbandonato qualcuno. Almeno credo!

La Buona Notizia della parabola, se la leggiamo attentamente, è che Dio non ritorna per riscuotere ma per premiare, sei stato fedele nel poco, ti darò molto, entra nella gioia del tuo Signore. Ma per capire il vangelo dobbiamo avere un animo da figli, non da servi. Dio no vuole servi obbedienti e, fedeli esecutori dei suoi ordini ma figli innamorati del suo sogno e del suo progetto. Come i santi.

I servi vanno per restituire, i figli vanno per condividere la gioia e la fatica del sogno che si realizza, frutti non sempre facili, frutti di impegno, di rischio e di fatica, e Dio rilancia.

Nessuna tirannia nel cuore e nell’agire di Dio, nessuna idolatria della quantità. Colui   che presenta dieci talenti non viene ritenuto superiore a chi ne presenta quattro, non ci è chiesta una cifra ideale da raggiungere, ci viene chiesto invece di camminare con fedeltà a se stessi, a ciò che abbiamo ricevuto, a ciò che sappiamo fare là dove la vita ci ha messi, custodi della verità ma soprattutto della dignità e della libertà, del rispetto di tutti e di ognuno, senza maschere e senza paure, perché le bilance di Dio non sono quantitative ma qualitative.

E scoprire che dietro l’immagine dei talenti non ci sono soltanto i doni di intelligenza, di cuore, di carattere, di capacità. C’è questa storia, questo tempo, questo Paese e questa Città che Dio mi chiede di amare, servire, far crescere, umanizzare, amorizzare. Ognuno è il talento di Dio per gli altri.

Mi piace concludere con la bellissima la formula del matrimonio, lievemente modificata dove gli sposi dicono l’uno all’altro:

… io accolgo te come mio talento, te come il regalo più bello che Dio mi ha fatto, ti abbraccio come salvezza che LUI ha posto sulla mia strada perché tu cammini accanto a me sui sentieri della vita e insieme …”

Ma lo possiamo dire anche agli amici, ai genitori, ai figli.

Rainer Maria Rilke scrive:” L’essenza dell’amore non è in ciò che è comune, l’essenza dell’amore è nell’aiutare l’altro a diventare qualcuno, a diventare infinitamente tanto, a diventare il meglio di ciò che può diventare”.

Tutto questo si faccia con tenerezza, abbracciando la fatica degli altri e baciando le loro ferite, dando valore ad ogni impegno, camminando insieme, attenti che nessuno si disperda.