Commento al Vangelo della domenica: Mt. 23,1-12

Sono parole molto sofferte e amare quelle di Gesù, parole durissime, dette in un contesto di forte tensione con i farisei di allora, di oggi e di sempre. “ fate come vi dicono ma non fate come fanno”.

E la nostra tentazione, oggi, è di alzare la mano, puntare il dito contro qualcuno, perché tutti abbiamo qualcuno da cui proteggerci, di cui non vogliamo più fidarci, perché tutti ci portiamo dentro ferite più o meno recenti, di inganni subiti, di parole mancate, di promesse tradite, di giuramenti violati, di amori nati per essere eterni e svaniti in fretta.

L’apostolo Paolo indica la via del credente che vuole essere credibile, a cui non bastano parole, programmi o precetti ma uno stile di vita, una capacità e una volontà di relazione sana usando parole non solo sincere ma anche guarite, parole che non fanno male, mai; perché la verità non ferisce, la verità guarisce.

Come le parole di Gesù che sempre abbracciano questa nostra umanità fragile e la guariscono, Gesù che si china con attenzione e cura sulla nostra fragilità ma rifiuta ogni ipocrisia.

Impariamo anche noi, cominciando da questa Eucarestia, a chinarci sulla fragilità nostra e di chi ci vive accanto. Rifiutiamo l’ipocrisia ma usiamo misericordia verso l’ipocrita; perché il nostro compito è quello di guarirci, non di punirci.

ABBRACCIO.

È un Vangelo che brucia le labbra di tutti quelli che dicono e non fanno, e tutti abbiamo la nostra razione di incoerenza, il nostro bagaglio di scelte malate che hanno fatto male e che continuano a farci male, abbiamo bisogno di essere guariti. Sì amici, il perdono dato e ricevuto è una guarigione di cui tutti ne abbiamo bisogno!

Parole dure quelle di Gesù; dure ma non cattive! Il Signore conosce bene il nostro cuore e anche le nostre fatiche, per questo sa essere sempre premuroso verso le nostre le nostre fragilità; è il pastore che viene a cercarci nei nostri smarrimenti e ci porta sulle spalle risparmiandoci la fatica del ritorno.

È attento alla fragilità e al bisogno della Samaritana al pozzo di Sicar quando offre acqua viva a questa donna dai tanti amori ma con il cuore sempre sempre arido e assetato.

Risparmia a Zaccheo la fatica e l’umiliazione di presentarsi al tempio e si auto invita nella sua casa.

Penso alla mia vita, alla mia storia e sento che verso di me ha avuto tanta cura e tanta attenzione, non mi ha mai fatto sentire indegno, semplicemente debole, fragile, malato, da curare e, tante volte mi ha guarito l’anima e riacceso il desiderio di vita piena e bella.

Guardiamoci dentro amici! Scopriremo nella nostra vita e nel nostro vivere spazzi di misericordia sempre in atto e possibilità di prodigi mai venuti meno nonostante resistenze e lentezze.

Gesù non si scaglia mai contro la debolezza dei piccoli, ma contro l’ipocrisia dei pii e dei potenti, quelli che credono nel rigore della legge, nella punizione esemplare per chi sbaglia, quelli a cui le leggi non bastano mai, quelli che rivendicano durezza nel punire chi sbaglia ma che assolvono sempre se stessi.

Gesù non rimprovera la fatica di chi non riesce a vivere in pienezza il sogno evangelico, ma l’ipocrisia di chi neppure si avvia verso l’ideale, di chi neppure si mette in cammino e, tuttavia vuole apparire giusto. Noi non siamo chiamati ad essere un popolo di immacolati, ma di incamminati.

Non fatevi chiamare maestri e neppure padri, perché uno solo è il Maestro e uno solo è il Padre. Abbiamo riempito il nostro orizzonte di maestri e di padri, nel vivere la vita politica, culturale, sociale,economica e religiosa. Forse è per questa tentazione alla vanità che Gesù non ha mai avuto un rapporto facile con il potere e la religione che, di fatto, ne hanno decretato la crocifissione.

Uno è il Padre, uno è il Maestro, voi siete tutti fratelli, tutti discepoli dell’unico maestro, tutti figli dell’unico Padre, chiamati ad essere ogni giorno testimoni e costruttori di una vita migliore, non attraverso l’esercizio del potere ma del servizio e della responsabilità.

Chiamati tutti ad essere veramente grandi perché grande, nel Vangelo, è colui che sa prendersi cura del piccolo. Forte è colui che sa rialzare il debole, sapiente e saggio è colui che sa illuminare e sostenere chi riesce di meno.

Il più grande è colui che serve, tutto il resto è un di più, è inutile e a volte, perfino nocivo.

Mi piace molto una intuizione del filosofo Roberto Mancini che dice:

“Dobbiamo obbedire soltanto alla felicità”

E spiega:“Se l’obbedienza significa piegare la testa, sacrificare la libertà, rinunciare a ciò che vale, guardando dal basso a una autorità che sta in alto, allora dove si obbedisce non si ama, né è possibile una vita vera. Se invece l’obbedienza si traduce nel dedicare la vita a ciò che la rende vera, amando le persone, la bellezza e il senso di ogni cosa e l’armonia di tutte queste presenze, allora obbedire significa seguire la via della felicità.

Una felicità fatta di condivisione fondata sulla misericordia, orientata sulla felicità di chi amiamo, alimentata dalla giustizia, incompatibile con l’esclusione di qualcuno”.

Obbedire alla felicità, allora, non è un precetto da osservare. È la direzione di marcia necessaria a riscoprire il profumo della vita. È la consegna di Gesù ai suoi; a ciascuno di noi.

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