Dio non cerca braccianti ma persone

Abbiamo regolarizzato il 25% dei braccianti immigrati, utili per la raccolta dei nostri  prodotti alimentari, assicurato il servizio ai nostri anziani e ai nostri ammalati, garantito che qualcuno pulisca le nostre case e faccia tutti quei lavori che noi non  facciamo più volentieri, abbiamo compiuto un atto di grande civiltà verso gli ultimi della fila o abbiamo agito per i fatti nostri?

C’è  una domanda che dovremmo fare ad alcuni dei nostri nonni, a quelli che il bracciante o l’immigrato lo hanno fatto per davvero; chiedere loro:” che vita era la vostra? Che significa essere un bracciante in terra straniera?

Certamente che avevate braccia per lavorare! Ma non avevate solo quelle. Da qualche parte in voi pulsava un cuore amante, una mente pensante, un’anima orante, una dignità esigente …

Iniziamo questa nostra Eucarestia chiedendoci come si misura e come si rispetta

la dignità del prossimo.

SILENZIO. PERDONO. LODE.

”Dio è padre di tutti”, oppure : siamo tutti figli di Dio”. Sembrano espressioni cariche di fede, in realtà sono espressioni fortemente equivoche.

Dio non è padre di tutti. Dio offre la sua paternità a tutti quelli che l’accolgono.  Non siamo tutti figli di Dio ma tutti siamo chiamati ad esserlo.  E non è proprio la stessa cosa.

Nella lingua semitica, il termine figlio indica soprattutto colui che assomiglia al padre, si comporta ed ha gli stesi sentimenti, compie scelte e azioni simili al padre. Noi di qualcuno diciamo che: ”parli e agisci come tuo padre” , oppure:” sei la fotografia di tuo padre”.

Allora noi siamo figli di Dio se abbiamo in noi gli stessi sentimenti che sono di Dio e che Gesù ci ha manifestato, se abbiamo il suo sguardo, la sua premura e la sua cura verso tutto e tutti. Gesù dirà di sé:” chi vede me, vede il Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola.

L’evangelista Matteo, inizia il capitolo 20 del suo vangelo presentandoci il padrone della vigna come un “figlio di Dio” che va in cerca non semplicemente di braccianti ma di persone che lavorando sperimentano la propria grandezza e la propria dignità.

Il lavoro non solo come giusta e doverosa fatica per guadagnarci il pane di ogni giorno ma come bellezza. L’uva  per il vino esprime non soltanto qualcosa di cui c’è bisogno per vivere come il pane, l’acqua, l’aria,  ma il vino è soprattutto qualcosa di utile perché la vita sia bella, perchè  la vita sia anche festa, perché l’umanità ha diritto alla gioia di vivere.

E ci invita, Gesù con questo racconto, ad avere in noi un cuore di figlio, di fratello, un cuore di amico; un cuore capace di vera umanità. e mentre per chi ha il cuore di servo conta solo la ricompensa in denaro, la paga a fine giornata, per chi è capace di umanità vera, per chi ha un cuore amichevole, la ricompensa è soprattutto la gioia condivisa di poter lavorare tutti, lavorare insieme, lavorare  perché ognuno abbia il dignitoso necessario per vivere.

Il Regno dei Cieli è il sogno di Dio di un mondo finalmente  giusto e umano, dove il lavoro non è mai, per nessuno, asservimento ad un padrone o ad un sistema ma il lavoro come luogo e opportunità dove tutti possiamo esprime il meglio di noi in termini di crescita, di civiltà, di progresso tecnologico ma anche di conquista in dignità e coscienza umana.

Anche qui, il vangelo non è politicamente corretto! Il Vangelo segue un’altra logica, un’altra visione. Se vogliamo accogliere Dio come “Padre nostro” nessuno dovrebbe essere escluso dal “pane di ogni giorno”, soprattutto nessuno può essere asservito a qualcuno o al sistema produttivo, di consumo, di potere, di discriminazione, di esclusione o di ricatto, sia esso economico, politico o mafioso, il pane quotidiano deve essere buono, cioè onesto e pulito.

Ciò che il nostro sistema non garantisce, non a tutti, non per tutti, se è vero che le 8 persone più ricche del pianeta possiedono più di quanto hanno 4 miliardi di persone, cioè il 60% della ricchezza globale.  Anche nel nostro Paese, la bella Italia, le otto persone più ricche, possiedono oltre il 30% della ricchezza netta di tutto il Paese.

C’è esigenza di conversione ma non per fare contento Dio ma per tornare ad essere più umani noi, sperimentare noi la bellezza di sentirci un popolo finalmente più sobrio ma anche più giusto e felice, dove il lavoro può esserci per tutti senza diventare un miraggio per alcuni, una schiavitù per altri e uno strumento di dominio e sopraffazione per altri ancora.

Un decennio fa, uno degli uomini più straordinari del nostro Paese, ritornato in Italia dopo un periodo vissuto nella missione di Corogocio nel cuore dell’Africa, in una discarica alla periferia  di Nairobi, scriveva un libretto che può essere ripreso come una guida alla felicità possibile di tutti e per tutti.

Titolo del libro è: i poveri non ci lasceranno dormire”.  E precisava l’autore”i poveri non sono i nostri nemici, sono semplicemente i fratelli esclusi e respinti che chiedono di esserci ancora fratelli, cioè di poter sedere dignitosamente, insieme a noi, alla mensa del mondo dove il pane è dignità e valore di tutti e per tutti”.

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