Commento al Vangelo della quattordicesima domenica

Un Vangelo chiuso tra stupore di chi ascolta e dolorosa meraviglia di chi non è ascoltato. Gesù torna finalmente al suo paese, è atteso da tutti perché divenuto famoso, capace di segni prodigiosi, di parole uniche, di guarigioni. Un personaggio che dà lustro e notorietà al paesino di Nazaret. Eppure!  Qualcosa non torna.

Ma è uno di noi, è il falegname del villaggio, ha quattro fratelli e due sorelle; non può essere il messia!? Poche pagine prima questi stessi fratelli, le sorelle e anche la madre erano scesi a Cafarnao per riportarselo a casa, perché dicevano: è andato fuori di testa, è diventato eretico, dobbiamo proteggerlo anche da se stesso.

Ora, a Nazaret, dove si conoscono tutti, dove si sa tutto di tutti, almeno così credono, la gente si stupisce per le sue parole che sembrano venire da un altro mondo, parole che non si ritrovano nelle sacre scritture e neppure si ascoltano nella sinagoga, ma da dove gli vengono?

Che cosa scandalizza questo popolo? L’umanità di Gesù, la familiarità di un Dio che abbandona il tempio ed entra nella ordinarietà della casa, della vita e del vivere. Gesù, rabbì senza titoli accademici e con i calli alle mani, si è messo a raccontare Dio con parabole e parole che sanno di terra, di casa, di orto, di germogli, di pecore, di pesca.  Scandalizza l’umiltà di Dio non più Onnipotente ma padre, pastore, amico. 

Non può essere questo il nostro Dio. Dov’è la gloria, lo splendore, l’onnipotenza? Un Dio che parla di grandezza in chi si fa umile servitore, parla di potere come servizio, parla del più grande come colui che serve.

Tutto questo non torna nelle fragili menti umane che in ogni tempo e ad ogni latitudine del pianeta, normalmente, tranne rare eccezioni, il potere è dominio, la grandezza  troppe volte identificata con la superiorità e la prepotenza, il potere non si esercita con il servizio ma, troppe volte, con il sopruso e la forza. Questo era al tempo di Gesù, questo lo è ancora ai giorni nostri.

E pensano  i contemporanei di Gesù:” il Messia non può venire in questo modo, con mani di carpentiere, con i problemi di tutti, non c’è nulla di divino in tutto questo. Noi cerchiamo un Dio in alto, pastore si ma di costellazioni nell’infinito dei cieli non uno inginocchiato a terra accanto ai malati, ai lebbrosi o che lava i piedi ai suoi discepoli, un Dio dalle mani operose”.

Tra poco amici, nella liturgia della Messa, faremo l’offertorio. Celebro Messa da  cinquantadue anni e, la preghiera dell’offertorio, mi commuove sempre, grazie a Dio. “ benedetto sei tu Signore, Dio dell’universo, dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del nostro lavoro, lo presentiamo a Te, perché diventi per noi, cibo di vita eterna”. 

E penso al pane, al pane di tutti, al pane per tutti. Penso alla fatica per produrlo, al dono della terra ma soprattutto penso alla fatica, al lavoro, all’ingegno e all’impegno di tante persone, uomini e donne che hanno fatto della loro vita, del loro lavoro, dei loro studi e delle loro ricerche, della loro intelligenza e genialità un prodigioso miracolo di pane che sazia la vita e il vivere dell’umanità.

E penso a tutte le lotte e i sacrifici perché il pane sia un bene di tutti e per tutti, al sudore e al dolore per quanti il pane significa ancora servitù, carenza, miseria, lacrime e sudore. Perché il pane per la vita umana non è solo qualcosa che riempie lo stomaco, ma è valore, rispetto, sapienza, libertà e dignità che nutre la vita, che alimenta la vita, che fa vivere umani. Penso allora al lavoro povero, al lavoro schiavo, penso ai migranti per fame e sete di libertà e dignità, penso specialmente alla dignità del lavoro e dei lavoratori e a tutte le ingiustizie che nel mondo del lavoro vengono consumate ogni giorno.

Cari amici: nell’offertorio della messa tutto questo è vitalmente presente, la Salvezza è dono di Dio, ma i doni di Dio passano attraverso la nostra umanità, passano attraverso una terra lavorata e resa sempre più umanizzata dalle mani e dal cuore dell’uomo, dal canto e dal pianto di tante madri, dalla ricerca di quanti operano, studiamo e si prodigano per ridurre povertà, dolore, iniquità.

E allora ringrazio, per quanto ne sono capace, ringrazio il Signore Gesù che ci ha rivelato il volto e il cuore di un Dio che ci vuole essere padre e ci ha affidato la terra e il lavoro come strada privilegiata per divenire uomini e donne secondo il suo cuore. Capaci di vera fraternità, e benedico il Signore Gesù che attraverso il lavoro ci ha educato e ci educa alla vita buona.