Ciò che vale veramente

Ciò che vale veramente è che Qualcuno mi dica con grande verità: Tu sei importante per me”. È  ciò che il Signore Risorto dice a ciascuno di noi con questa meravigliosa vicenda del pastore buono, del pastore fedele, del pastore che non scappa di fronte ai lupi che, comunque si vestano, in ogni tempo segnano paure e minacce, di chi il proprio dovere lo fa sempre.

La quarta domenica di Pasqua coincide con la festa civile della liberazione. Civile, cioè festa di tutti e per tutti, nessuno escluso. Memoria  riconoscente verso i nostri padri, le nostre madri e di quanti con estremo impegno, per alcuni fino al sacrificio della propria vita, ci hanno restituito la libertà da regimi violenti e criminali del secolo scorso.

Ma la liberazione dal male, comunque lo si intenda, non è cosa fatta una volta per sempre, chiede ad ognuno di noi un quotidiano impegno per dare il meglio del nostro essere, del nostro avere,  del nostro sapere e del nostro credere, perché la vita sia un bene vero, possibile  per tutti.

SILENZIO. PERDONO. LODE.

Gesù buon pastore. Un’espressione antica che attraversa tutta la storia della salvezza; dono promesso da Dio attraverso i profeti al suo popolo di sempre. Ancora oggi, risuona per noi la Parola solenne del Signore:” Io sono il pastore, quello buono”. 

Il pastore come lo intende il Signore Gesù, non è un pecoraio salariato a cui del gregge importa il giusto, uno che dal gregge trae semplicemente utilità e profitto. Ma uno che per il gregge, o se vogliamo, per le persone a lui affidate, è disposto non solo a cercare il meglio, impegnandosi per assicurare una migliore qualità della vita, ma si fa capace di rimanere fedele a questo impegno anche mettendo in gioco la propria vita.

Questo è ciò che ha fatto il Signore per noi. Questo è ciò che siamo chiamati a ricordare oggi, credenti e laici, parte viva di questo nostro Paese che celebra la festa della liberazione dalla dittatura, dall’orrore delle leggi raziali, dai lager e dalla torture, dalla terribile guerra mondiale con milioni di morti, da una guerra civile, da  infinite lacrime e smisurato dolore.

Ma è anche la festa di tutti i giusti, i testimoni, i martiri che hanno speso e offerto la propria vita per custodire, proteggere, dare possibilità di vita vera e buona alle persone loro affidate. Qui  accanto, sull’altare dei giusti, ci sono i nomi e i volti di una schiera meravigliosa di pastori buoni; uomini e donne, credenti o laici, che sono stati per noi e per tutti dei pastori buoni, dei custodi e dei maestri di vita che non sono mai scappati davanti alle difficoltà e ai lupi.

L’evangelista Giovanni,  per  sette volte, in questo brano di Vangelo, riporta le parole di Gesù che si definisce pastore, e per cinque volte afferma di essere venuto a offrire, a donare la sua vita per tutti; questo per noi è davvero importante! Rivela che Gesù non è venuto a portare una nuova religione ma una scelta di fede dove più del pensiero e delle regole conta il fatto che Lui fa  della sua vita un pane, un cibo, un nutrimento che ci fa vivere. Il Signore fa vivere.

Perché dare la vita non significa necessariamente morire come Lui sulla croce, a Qualcuno è toccato anche questo e noi dobbiamo e vogliamo esserne riconoscenti, sono i nostri santi più veri, i nostri pastori più credibili; ma dare la vita significa primariamente far vivere, rendere possibile la vita, proteggere e custodire la vita, nutrire la vita come la vite nutre e alimenta i suoi  tralci perché diano frutti abbondanti e buoni. 

In quella sua ultima sera della sua vita terrena Gesù, al culmine di quella che noi ricordiamo come l’istituzione dell’Eucarestia, ci comanda di fare come Lui ha sempre fatto: “ Fate questo in memoria di me”, ci affida il suo modo di vivere, di amare, di lottare, di custodire, di prenderci cura, di proteggere e far crescere; ci affida il suo stesso modo di pregare il Padre, ci insegna ad essere figli e fratelli tra di noi. È difficile conciliare l’essere una nazione civile, un’Europa civile pensando ai 130 uomini e donne affogati nell’indifferenza di un mondo idolatra, suprematista, razzista e feroce; difficile spiegare ai nostri figli che noi siamo cristiani, o che siamo semplicemente umani.

Perché essere umani e , magari anche cristiani, significa che noi siamo tutti chiamati a divenire pastori, cioè custodi di un gregge, magari piccolo come la propria famiglia o la propria classe a scuola, pastori del Signore nel nostro posto di lavoro, nel proprio cantiere, con i propri compagni di studio o di partito, per tutti coloro con cui siamo chiamati a vivere quotidianamente. Oggi, più che mai, siamo chiamati a capire, a comprendere e ad assumerci il compito e la responsabilità del bene comune, del bene di tutti. 

La  Pandemia, il cambiamento climatico, la fame e la miseria di interi popoli, il crimine di stato che sono le guerre, ci vorrebbero e dovrebbero almeno insegnare che siamo tutti interdipendenti gli uni dagli altri, aiutarci a capire che nessuno basta a sé stesso, che serve a poco essere ricchi o ricchissimi se non impariamo a diventare tutti, tutti più giusti, più onesti, più solidali, più umani e, visto che siamo in chiesa, diciamo la parola proibita:” più fraterni “.

Aver tradito o banalizzato la fraternità, non solo ha fatto fallire i sogni rivoluzionari di destra e di sinistra, ma ci ha resi tutti più fragili e insicuri.  Abbiamo veramente bisogno tutti, di  imparare a vivere le nostre  scelte affettive, religiose e sociali o politiche , le nostre scelte professionali ed economiche non con l’animo rapace dei furbi o dei furbastri, ma con l’animo e lo spirito di chi impara a vedere l’altro o l’altra come dono di un Dio e Signore che ci è Padre, a cui la nostra vita importa, e che con fiducia ci chiede di imparare  a riconoscerci Fratelli Tutti. 

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