Camminata biblica 13 gennaio 2018

Vogliamo ripartire un po’ da dove ci siamo fermati a dicembre 2017. Avevamo come testo di riferimento il prologo al Vangelo di Giovanni. Dopo la pausa natalizia, ripartiamo ancora da lì, sia pure con una prospettiva progressiva, fermando la nostra attenzione su un aspetto particolare della incarnazione, legato a un tema fondamentale della nostra realtà di credenti, del nostro essere cristiani, della nostra FEDE: Incarnazione e Misericordia.

Incarnazione e Misericordia per cercare di capire il modo di agire di Dio nella storia, il modo che Dio sceglie per farsi conoscere dall’uomo e dalla donna di ogni tempo, popolo,lingua e nazione.

Incarnazione e Misericordia, sono due termini quasi sinonimi, perché hanno a che fare con la nostra realtà umana nella sua più profonda espressione: il cuore.

Misericordia, significa un cuore che sente il dolore altrui, Incarnazione ha a che fare con il corpo umano quale mezzo per venire incontro al dolore dell’altro e poterlo redimere.

Di fronte al dolore, di fronte alla sofferenza umana, un po’ tutti lo abbiamo sperimentato, non sono le parole quelle che servono, ma di fronte alla sofferenza dell’altro quello che conta sono i gesti e i gesti si esprimono attraverso il corpo, con il nostro essere persone corporee, carnali; con le mani, le labbra, gli occhi, le orecchie, possiamo veramente dare conforto, aiuto, fiducia, consolazione.

Tutta la Scrittura è impregnata da questa verità di un Dio che ha a cuore la misericordia, ha a cuore il dolore, soprattutto che questo dolore sparisca, ha a cuore il bene e la felicità degli uomini. È un Dio che interviene e interviene nei nostri confronti per dimostrarci che ha a cuore il nostro bene. Per cui: Misericordia e Incarnazione esprimono la volontà di Dio. E qual’è la volontà di Dio? La volontà di Dio coincide con la nostra massima aspirazione ad essere felici. Questa è la volontà di Dio.

Brevemente due parole per capire meglio questo discorso sulla volontà di Dio. È un po’ strano il comportamento delle persone religiose sulla volontà di Dio, le persone pie sono quelle più pericolose perché fanno sempre coincidere la volontà di Dio con i momenti tristi e con le ferite della vita, sollecitando sempre la rassegnazione. No! Questa non è la volontà di Dio.

È Gesù stesso a rivelarci la volontà di Dio e, lo fa attraverso un lungo discorso che ci viene riportato dall’evangelista Giovanni al cap. 6, 30 – 40. Leggiamo ….

Questa è la volontà di Dio; la nostra aspirazione, il nostro poter essere persone felici, capaci di entrare in comunione con Lui. Questa è la più alta espressione della misericordia perché, se la misericordia è un cuore che si prende cura, che sente il dolore degli altri, la più alta espressione della misericordia divina è l’incarnazione.

A Dio non bastava averci creato ma, quello che conta è di esserci vicino, esserci solidale e far si che sia superata per sempre l’enorme distanza che ogni espressione religiosa ha posto fra Dio e l’umanità. La scrittura, soprattutto in Giovanni, ci insegna come Dio, nella sua incarnazione,diventando uno di noi, ci ha dimostrato la misericordia nella sua espressione più alta facendosi veramente solidale. Per cui INCARNAZIONE significa una nuova relazione con Dio, come si apprende dalla persona di Gesù, da quella che è la sua proposta, che è veramente la buona notizia del Regno.

L’incarnazione è il superamento della distanza tra il divino e l’umano, significa l’abolizione di tutte quelle frontiere che le religioni hanno creato e passare, nei rapporti con Dio, dalla condizione di servi o di sudditi alla condizione di figli e collaboratori di un Dio e Signore che vuole esserci finalmente Padre.

Partiamo allora dalla buona notizia di Gesù, scopriamo che al cuore della Buona Notizia del Vangelo c’è proprio l’incarnazione; Dio si è fatto uomo, si è fatto vicino, si è fatto amico, ha dimostrato di amare questa umanità, rompendo tutte le barriere e le separazioni, un Dio che cammina con noi e, usando l’espressione del profeta Isaia: “un Dio che cammina a piedi”.

ISAIA 40, 1 – 11 leggere …

Scoprire di avere Dio come compagno di viaggio, scoprire la sua fedeltà che ci lascia liberi di andare, di correre, ma che se vogliamo, non ci fa sentire mai soli. Scoprire che la semplicità è uno stato d’animo che si nutre di leggerezza, di attenzione, di uno sguardo profondo e delicato sulle persone e sulle cose; scoprire un Dio e Signore che soprattutto ci ama.

L’incarnazione allora cambia il nostro rapporto con Dio, ci chiede di passare dall’obbedienza alla fedeltà, non più servi o sudditi ma finalmente figli; Dio non più onnipotente da temere ma padre da accogliere e da cui lasciarci amare.

Per Gesù conta molto l’accoglienza di questo amore che Dio Padre ci rivolge, che si fa presente nella storia e che vuole rendere ogni persona, partecipe della sua stessa condizione divina, che cioè, ogni persona possa diventare figlio di Dio e collaboratore del suo progetto.

Perché fedeltà e accoglienza invece che obbedienza? Perché la legge ha una visione molto ristretta della realtà, la legge penalizza chi non osserva i suoi precetti oppure discrimina chi non intende applicarli. Nello Spirito, nella visione nuova che abbiamo ricevuto da Gesù, di un rapporto nuovo con Dio che ci vuole figli, subentra la comunione.

Se sono io che devo cercare di incontrare Dio, la strada è quella della religiosità con le sue pratiche, i suoi riti, le sue regole, i suoi principi e le sue leggi. Osservando tutto questo io arrivo a Dio. Ma non tutti riescono, non tutti sanno o possono farlo, alcuni rinunciano, altri non vogliono. Abbiamo allora gli esclusi, i non adatti, i rinunciatari.

Ma se è Dio a venirmi incontro: se è Lui che viene a bussare alla porta della mia vita, allora non ci sono condizioni, Lui mi offre la sua misericordia e il suo perdono, il suo amore. Che io posso accogliere o rifiutare, ma che Lui mi offre. Non si tratta più di obbedienza ma di accoglienza.

Per questo nei Vangeli non non troviamo mai l’invito o il comando di Gesù ad essere obbedienti a Dio, alla Legge e neppure a Lui; Gesù chiede molto di più:ci chiede di assomigliargli:siate somiglianti al Padre,siate misericordiosi come il Padre è misericordioso e benevolo verso tutti”.Lc 7, 27 – 36.

Questa misericordia noi la impariamo da Gesù il Dio incarnato e l’incarnazione come espressione della misericordia solidale. Questo invito ad essere misericordiosi, Gesù lo propone a tutti i suoi amici di sempre. Questa possibilità di assomigliare al Padre, di non rapportarci più attraverso l’obbedienza, la sudditanza, la paura del castigo e dell’inferno ma animati e mossi da un sentimento di fedeltà, ci permette di vivere, per quanto ne siamo capaci, un rapporto di vera e profonda comunione.

SECONDA PARTE

Abbiamo detto che Gesù, in quanto incarnazione – presenza storica del Dio con noi – è il segno più alto della misericordia; però troviamo nella storia del popolo di Israele, segni di grandissima misericordia e un’apertura a questo distintivo di Dio, che Gesù indica.

Nel vangelo di Matteo, Gesù per due volte ricorda le parole del profeta Osea rivolte a quelli che erano i difensori del sacro, i grandi devoti, i grandi osservanti come i farisei. Per due volte, Gesù ripete le parole del profeta Osea, dicendo chiaramente che cosa vuole Dio dal suo popolo, qual’è la volontà di Dio.

Gesù dirà: Misericordia, io voglio, non sacrificio”. Questo lo ha detto il profeta Osea cinque secoli prima di Gesù, quindi non è che è partito ex novo dalla buona notizia, ma c’è già una storia alle spalle che Gesù fa sua, certamente, come il Dio incarnato e questo significa identificarsi con tutta la storia dell’uomo, non soltanto con un momento particolare di questa storia.

Nonostante questa citazione dalle scritture che è importante, tuttavia, non troverete mai sulle labbra di Gesù quello che, nell’Antico Testamento era chiamato il “codice di santità”. L’invito che la Legge, attraverso Mosè, ha fatto al popolo di entrare nella dimensione della santità. L’invito a diventare santi è una specie di giaculatoria che noi ripetiamo spesso e con molta disinvoltura, forse perché non ci pensiamo, o non ci crediamo, neppure troppo; lo diciamo e basta!

Nel libro del Levitico si dice la formula:” siate santi, perché io sono santo”. Lv. 19, 2. In ebraico santo significa separato, separato da cosa? Separato dal male certamente, separato da tutto quello che la Legge insegna e, fin lì ci si potrebbe anche stare: essere separati dal male! Essere fedeli alla legge, ecc. Però Gesù non ha mai ricordato e nemmeno pronunciato queste parole del libro del Levitico; mai Gesù ha detto: “ siate santi perché io sono santo”.

Eppure conosceva bene l’ebraico e si suppone che conoscesse benne anche le scritture; tuttavia non ha mai pronunciato queste parole perché le riteneva fuorvianti. Perché dire che essere santo, essere separato dal male è una cosa buona, ma dire che bisogna separarsi anche dai malvagi è un’altra storia. Per questo i farisei nei confronti dei peccatori o di quelli che non osservavano la Legge provavano un grande disprezzo che manifestavano sia in pubblico che in privato.

Ecco per quale motivo Gesù non usa queste parole che pure sono scritte nel libro sacro che fa parte dell’insegnamento di Dio al suo popolo, perché a quel tempo queste parole erano già ritenute equivoche; come lo sono ancora oggi, del resto!

Quando noi parliamo di Santi e di santità, pensiamo sempre a personaggi straordinari, veri o presunti che siano; uomini o donne dalla vita speciale, che hanno fatto cose speciali, straordinarie sia nella gioia che nel dolore, privilegiando il dolore e la sofferenza. Noi ci sentiamo estremamente normali, e per ciò, esclusi da quel giro. Ma non è così.

Noi ci separiamo dal male, almeno lo desideriamo, sia dal male fisico; questo lo desideriamo sempre, sia dal male morale; qui la storia è un po’ più complicata ma nessuno di noi si innamora del male, neanche di quello morale.

Ma, normalmente, non ripudiamo chi il male lo fa; non sempre, non automaticamente, valutiamo di volta in volta e, speriamo? Cerchiamo? Preghiamo? Operiamo? Per la sua conversione. Convinti che la gloria di Dio non è la morte del peccatore ma che si converta e viva.

Allora Gesù, per evitare questi equivoci, ci fa uscire dal codice di santità e ci propone un’altra formula, questa sì possibile a tutti, a cui tutti possiamo accedervi:” Siate misericordiosi come il Padre nostro è misericordioso” Lc. 6, 36 – 38. Non tutti possiamo essere santi secondo un certo concetto di santità ma tutti possiamo essere misericordiosi perché la misericordia non è altro che avere un cuore di carne che si prende cura del dolore altrui e che di fronte alla sofferenza dell’altro sa che deve intervenire e che non può rimanere indifferente.

Questo già ci fa comprendere come la novità del messaggio di Gesù, questa nuova relazione con Dio, è all’insegna di un atteggiamento di misericordia che ci rende simili a Lui, per assomigliare al Padre, e questo è quello che ci ha chiesto Gesù. Essere misericordiosi non richiede condizioni particolari né prerogative speciali, non bisogna avere virtù eroiche e neppure una speciale religiosità per avere un cuore di carne che si prenda cura del dolore dell’altro; basta essere uomini. Lc 10, 25 – 37.

Tutti possiamo fare questo, tutti possiamo intervenire nei confronti di una persona che sta male e per fare questa azione non ci vogliono tanto le parole, ma ci vogliono gesti concreti; ci vogliono le mani, le braccia, gli occhi, le orecchie. Non è una questione di intelletto,di parlare. È una questione di gesti e di sensi. Per assomigliare al Padre, abbiamo bisogno di Lui come modello, Gesù il Verbo,la Parola di Dio fatta uomo, perché Dio, nessuno mai lo ha visto; Gesù, l’unico che lo ha visto ci ha spiegato chi è e come agisce Dio.

E a proposito della corporeità, riprendiamo l’episodio narrato da Gesù e riportato da Luca 10, 25 – 37, che noi conosciamo come l’episodio del samaritano. Luca descrive l’opera misericordiosa del samaritano, di questo straniero senza nome con dieci verbi: vide, ebbe compassione, si fermò, versò, fasciò, caricò, portò, fece tutto il possibile, pagò, se non basterà ti pagherò al mio ritorno.

E le prime tre azioni sono: vedere, fermarsi, toccare.

Vedere. Il samaritano vide ed ebbe compassione. Vide le ferite e si lasciò ferire dalle ferite dell’altro. Gesù sapeva guardare negli occhi di una persona. Aveva occhi illuminati; non solo vedeva ma guardando illuminava. Matteo 6, 22.

Ermanno Olmi scrive che per vedere bene un prato bisogna inginocchiarsi. E per vedere bene il volto di un figlio? Di un amico? Di chi ci cammina accanto?

Fermarsi. Valter Bonatti racconta che durante la scalata dell’Himalaya, arrivato verso le ultime tappe, una mattina, lo sherpa nepalese che lo accompagnava si fermò e si mise a sedere, stupito chiese spiegazioni e l’uomo rispose: non mi muovo finché la mia anima non mi abbia raggiunto, è rimasta indietro e io non voglio proseguire senza di lei, non serve arrivare in cima se l’anima non è con me. Gesù dirà: “ a che ti serve guadagnare il mondo intero se smarrisci la tua anima?” Mc 8, 36

Toccare. Quando Gesù si trova davanti al dolore dell’altro lo tocca. Lo tacca e lo guarisce, anche quando toccare non è necessario. Toccare la ferita dell’altro, toccare il segno del suo dolore è un atto d’amore che guarisce. E Gesù tocca, immondi, impuri, lebbrosi e cadaveri, peccatori, e a tutti restituisce vita e salute. La compassione vera è quando fa piaga nel tuo cuore il dolore dell’altro.

Toccare significa violare la legge. Gesù fa quello che non si può, quello che non si deve come quando tocca il ragazzo morto per restituirlo alla madre, tocca il lebbroso, tocca il cieco, tocca il peccatore.

Se c’è una malattia che Gesù teme più di tutte e che combatte più di tutte, è la durezza di cuore, la sklerokardìa, l’impietrimento del cuore, l’incapacità di sentire il morso delle viscere.

Il rischio più grande è quello di diventare analfabeti del cuore, di essere burocrati delle regole, funzionari delle norme e analfabeti del cuore di dio e del cuore dell’uomo. Quanta della nostra sofferenza, di quella che abbiamo subìta o di quella che abbiamo inflitta agli altri nasce da questo atteggiamento di durezza, superficialità, insensibilità. E nasce allora un altro grande problema che, all’inizio del nuovo anno vorrei sottoporre alla mia e alla vostra attenzione.

Le prime tre azioni per ritrovare se stessi sono, vedere con compassione, fermarsi e toccare.

Perché ritrovare se stessi è ritrovare il proprio cuore e ritrovare gli altri.

La velocità produce, molto spesso, cecità e la cecità produce durezza di cuore.

La cecità e la velocità creano gli invisibili, i tanti invisibili della nostra città, forse anche delle nostre case, quelli che ci passano accanto e che noi non vediamo.

Lo sguardo spento produce il buio, e poi innesca un’operazione ancora più devastante: trasforma gli invisibili in colpevoli, trasforma le vittime in causa di problemi.

Allora gli anziani sono colpevoli di essere troppi e troppo vecchi, i malati colpevoli di essere troppi e troppo costosi, i poveri colpevoli della loro povertà, i piccoli colpevoli di non essere cresciuti, i migranti colpevoli di essere degli invasori.

Questo accade se, come il samaritano della parabola, non ti fermi, non vedi, non ascolti, non tocchi.

Le persone sono declassate a problema, anziché diventare squarci di infinito che ci richiamano ad un altro mondo possibile in cui vivere e per cui vivere.


IMPEGNO – proviamo a tornare lenti, a regalarci più tempo, più ascolto, più …


Camminata biblica di sabato 13 gennaio 2018.

ore 8.30 incontro preso la chiesa della Sacra Famiglia al Ponte Petrino.
Lode e prima riflessione e poi si prosegue sul sentiero di mezza collina fino alla chiesa di San Luca alla Quercie. Ore 11.00 secondo momento di riflessione. 12.00/ 12.30 conclusione e rientro a casa.

Vi aspetto in tantissimi. Don marco.

 

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