Commento al Vangelo della quarta domenica di Avvento

Carne di donna

Nel grembo di Maria e di Elisabetta, danzano la vita e la salvezza per tutti e per ognuno. L’annuncio che il Signore cammina con noi parte da quattro  doni che sono possibili a tutti noi, nessuno è così povero da non poterselo permettere: benedizione, vita,  gioia, abbraccio. 

La prima parola per il credente dovrebbe sempre essere una benedizione. Anche Dio crea, chiama all’esistenza, trae dal nulla benedicendo: “ è bello ciò che ho fatto “ e lo dice per tutti, per le cose, per gli animali, per ogni forma vivente e per la prima coppia umana. A  differenza degli idoli infelici e voraci, Lui è un Dio felice, e può, e sa, e vuole essere benedizione.

E benedetti siamo noi se c’è qualcuno che ogni giorno benedice la nostra vita,  come facevano le nostre madri che, ogni mattina, quando si partiva per andare al lavoro in città, ed eravamo poco più che bambini, le nostre madri dicevano:” Dio ti benedica, figlio mio, Maria e i Santi ti proteggano, l’Angelo custode ti accompagni “. Eravamo poveri di molte cose ma ricchi di benedizioni e, siamo cresciuti, capaci di essere contenti. 

Benedire. La grandezza di una persona sta nelle benedizioni che sa dare e ricevere. Un mondo che non sa più benedire è un mondo malato e triste. Perché dire a qualcuno: “ Ti benedico !  significa vedere il bene in lui o in lei, prima di tutto il bene e la luce, significa avere in noi uno sguardo pulito e bello, capace di stupore sulle persone, vederle amiche, senza invidia e senza rivalità, e capire che se sono incapace di benedire chi mi vive accanto, non sarò mai felice.

La vita. Dio viene a noi, Dio risponde alle attese, al canto, al pianto, alla lode o al gemito dell’umanità, Dio risponde al grido che dalla terra ferita sale verso il cielo. Dimostra  il Signore di non essere sordo e neppure distratto, e risponde attraverso il grembo di due donne, due madri in attesa di una vita umanamente impossibile, la vergine e la sterile sono incinte per la forza di un Dio felice di farsi prossimo a ciascuno di noi.

Un Dio che tiene fede alle sue promesse. Ricordate Mosè davanti al roveto ardente? Mosè fermati, togliti i sandali perché è sacra la terra in cui stai per entrare. Il grido di chi soffre è terra sacra, il pianto di chi è solo è terra sacra, la fame di libertà, di dignità e di rispetto di chi è oppresso è terra sacra, i sogni di vita dei nostri figli è terra sacra; Io conosco, Io ascolto, Io  vedo, Io scendo e mi faccio luce e liberazione per tutti coloro che gridano e attendono e credono; ora tu vai dal faraone e ordina:” lascia libero il mio popolo. Vai Mosè, Io sarò  al tuo fianco.

Vai e libera il mio popolo, è il comando, la missione perenne che Dio affida ai suoi discepoli di allora e di sempre, che oggi rivolge a tutti noi che siamo chiamati a riflettere sul dramma degli impoveriti, degli espropriati, dei fuggiaschi da ogni male e da ogni forma di violenza ed oppressione. Oggi la nostra comunità è chiamata a riflettere con i volontari della fraternità di Emmaus sul dramma dei disperati che percorrono la rotta balcanica e tutte le rotte disperate di questo mondo malato.

Cari amici, l’incontro di Maria con Elisabetta ci dice che il Signore viene a noi come un abbraccio. Il Magnificat, il canto di Maria non nasce nella solitudine, ma nell’abbraccio di due donne, in uno spazio pieno di vita e di affetti. Dio viene a noi nelle nostre relazioni, viene nell’incontro tra le persone, dai dialoghi che sappiamo intrecciare, soprattutto nell’ascolto verso i piccoli, i fragili, gli ultimi, quelli che nessuno ascolta perché non sono importanti, Dio viene a noi in un abbraccio; Dio è un abbraccio che rigenera la vita e la gioia di vivere in un mondo finalmente guarito.

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