Amate sempre! senza misura

Un Dio che non si accontenta, che vuole tutto, anzi: vuole di più. Amato sopra ogni cosa, più del padre, della madre, dei figli, ecc. un Dio che ci interpella per sapere fino a quando siamo disposti e capaci di essere fedeli alle persone che Lui ci ha posto accanto.

Chi di noi, almeno una volta nella vita, non si è sentito tradito o messo da parte, proprio dalle persone che aveva particolarmente amato e servito? Eppure, è successo. Quanti genitori si sentono messi da parte, quanti figli si ritrovano con più genitori ma senza veramente un padre e una madre, perché, per vari motivi, se ne sono andati?

Dio ci sta chiedendo di amare come Lui, di percorrere con Lui le strade della fedeltà che sono spesso fatte di impegno, rinuncia, sacrifici e perdono. Noi amiamo volentieri ciò che ci piace e  ci gratifica, Lui ci insegna ad amare chi ha bisogno di sentirsi accolto anche nelle sue fragilità.

SILENZIO. PERDONO.

Signore e Padre, tu hai parlato, e continui a parlare agli uomini, nei modi più diversi: nei fatti della vita, nelle parole e nei gesti delle persone, nel segreto più intimo dei cuori. Ma la parola che tutto racchiude e tutto spiega è il tuo figlio Gesù, espressione fedele della tua gloria e segno tangibile del tuo amore.

Grazie, Padre, per averci donato Gesù di Nazaret, tuo Figlio, nostro fratello e maestro.

Prima lettura: Romani 6 3 – 11.

Salmo 22 ritornello cantato  

Tu sei il mio pastore, nulla mi mancherà, Tu sei il mio pastore, nulla mi mancherà

Il Signore è il mio pastore: nulla manca ad ogni attesa, in verdissimi prati mi pasce, mi disseta a placide acque. –  E’ il ristoro dell’anima mia, in sentieri diritti mi guida – per amore del santo suo nome, dietro a lui mi sento sicuro.

Pur se andassi per valle oscura – non avrò a temere alcun male: perché sempre mi sei vicino, mi sostieni col tuo vincastro. Quale mensa per me tu prepari – sotto gli occhi dei miei nemici! Del tuo olio profumi il mio capo, il mio calice è colmo di ebbrezza!

Bontà e grazia mi sono compagne – quanto dura il mio cammino: io starò nella casa di Dio – lungo tutto il migrare dei giorni.

ALLELUIA

Vangelo Matteo 10, 37 – 42.

Anche questo brano di  Vangelo va letto e compreso all’interno di tutto il capitolo dieci di Matteo, lo stesso di domenica scorsa; è il capitolo che riguarda la missione. Ci sono  uomini e donne che cercano una religiosità per stare in pace, pregare un po’ Dio senza diventare bigotti, fare un po’ di bene senza esagerare, e poi farsi i fatti propri in santa pace. Sicuri che le cose di Dio riguardano il cielo, riguardano l’anima; le vicende umane non sono importanti.

Gesù nella sua vita terrena si è preoccupato molto poco di salvare le anime,  si è preoccupato molto di più delle persone che sono si anime ma anche corpo, sono chiamate al cielo ma solo dopo aver vissuto veramente e umanamente la terra, la storia, i conflitti e le fatiche degli uomini. E lo troviamo il Signore, accanto ai piccoli, agli ultimi, ai lebbrosi, ai ciechi e ai mendicanti, chinato sulle loro fatiche, attento a curare le loro ferite, a rialzare dalla polvere gli sconfitti e restituire dignità e libertà per tutti, nessuno escluso, compresi i peccatori.

Se pensiamo che nella cultura e nella mentalità del suo tempo, tutti gli sciagurati, i malati, i falliti e gli impoveriti i senza patria, i senza terra e senza casa, erano considerati dei “ castigati da Dio”, noi comprendiamo quanto l’invito a  seguire Lui significasse  mettersi contro tanti, troppi, a volte tutti, compresi i propri famigliari. Ed è qui che il Signore ci chiede di scegliere da che parte stare.

Dalla Bibbia scopriamo che l’antico popolo di Israele ha imparato a conoscere Dio guardando l’umile e faticoso lavoro del pastore. Ha imparato la natura di questo loro Dio così diverso, dal volto invisibile e dal nome impronunciabile. Diverso dai re e dai faraoni e dai potenti del popolo; hanno imparato a conoscere Dio guardando il lavoro umano, la fatica per il pane e per l’acqua, la fatica per vivere con libertà e dignità.

Fin dai tempi di Mosè, e poi da tutti i profeti, hanno imparato a sentire Dio accanto alla loro fatica e al loro impegno per dare un senso alla storia, una terra ai figli, possibilità di vita e di accoglienza ai migranti, i profughi, i forestieri. Dio è sentito e amato come un pastore, il loro pastore; solo più tardi vorranno, come tutti, avere un re.

Anche noi potremmo imparare molto  su Dio guardando attentamente la fatica di tutti coloro che provvedono al bene del prossimo perché “ oltre al cielo stellato e alla legge morale nel cuore” è la vita concreta che ci svela il volto e il cuore di Dio , e allora, quando ci troviamo vuoti di parole per pregare, guardiamo alla fatica di quanti provvedono al bene e alla dignità di tutti e, dalla loro vita, impariamo a pregare.

Pastori, operai, artigiani, insegnanti, imprenditori, medici, genitori: la loro vita e il loro impegno generoso a servizio del bene  comune, sono la traccia su cui costruire le nostre migliori preghiere.  Il salmo 22 ci parla del Signore come pastore che cura e custodisce la nostra vita. La libera dai pericoli ed è certezza di aiuto quando il vivere si presenta come una valle oscura da attraversare.

Ma il Pastore, anche il migliore, si nutre e vive del proprio gregge. Gesù dirà che lui è il Pastore, quello buono, quello che non toglie mai, in nessun modo la vita alle sue pecore o ai suoi agnelli ma, dona la sua vita perché il gregge possa vivere pienamente. Lui sarà “l’agnello immolato sull’altare del mondo”

Due piccole idee per concludere.

La Bibbia non è semplicemente un libro su Dio. È anche, se non soprattutto, un libro sull’uomo, sull’umanità in cammino. Descrive la nostra umanità con  travagli e miserie ma anche con i nostri sogni e il sogno  di Dio ad abitarci il cuore.

Sperimentare nella nostra vita che Dio è in Gesù il pastore buono che dona la vita per il suo gregge, ci aiuta anche a consolidare la consapevolezza che nessuna notte uccide la nostra anima se un profeta ce ne rivela il senso e la direzione. Nelle nostre notti esistenziali la voce dei profeti può giungerci attraverso un gesto amico, una parola buona, la carezza di un padre o di una madre, un gesto di affetto, perché lo Spirito del Signore soffia sempre e liberamente,  non conosce ostacoli per dirci: non avere paura, io sono con te per condurti alla meta”.

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