“È Natale, ti regaliamo noi un abbraccio, come si fa con un amico.”

È stato un due gennaio senza nuvole in cielo, con un senso di gioia profonda, quasi a respirare un auspicio per un tempo bello, senza nuvole in cielo e senza angoscia per noi sulla terra, saper ripartire con uno sguardo altro; un po’ come i Maghi d’oriente che, dopo aver riconosciuto e adorato il Messia in un bambino in braccio a sua madre, per una strada altra fanno ritorno al loro quotidiano.

È un destino strano quello che attende ogni nuovo anno che si affaccia nel tempo, ed è strano anche il nostro modo di attendere il nuovo anno, da sempre atteso, tanto desiderato, tanto festeggiato.

Raffigurato come un bambino, portatore di cose solo buone, accolto con esuberante gioia, ma poi, quasi per un misterioso maleficio, in poco più di trecento giorni, il gioioso bambino si trasforma in un vecchio decrepito e insopportabile, del quale non si vede l’ora di sbarazzarcene per non averci portato la felicità tanto attesa.

E, tutti a dire e a dirci: ”Speriamo che il nuovo anno sia migliore di questo…”. E a mettere in atto tutti i rituali e le pratiche scaramantiche sia nel cibo, che nel vestirci che nello stordirci.

Siamo inguaribilmente patetici! Lo sappiamo! Eppure …accade ad ogni fine anno.

E se provassimo, per non restare delusi ogni volta, a cambiare prospettiva? Anziché fare gli auguri, diventare noi stessi augurio per gli altri? Farci augurio non chiedendo cosa l’anno nuovo possa donarci di buono ma impegnandoci noi ad essere il buono che si attende, ad essere più umani e più attenti, più capaci di dolcezza e di tenerezza, di fedeltà e di tenace impegno, perché l’anno che inizia sia veramente buono e portatore di felicità.

Gesù, insegna che la felicità non è un’utopia sempre sognata e mai raggiunta, ma una reale possibilità alla portata di tutti. La felicità per Gesù, non consiste in quello che si riceve, ma in quello che si è capaci di donare, nel farci noi stessi un dono per la vita e la felicità degli altri.

Se la felicità dipende da quello che si riceve, rischiamo di consumare la vita sempre amareggiati, perché gli altri non hanno saputo corrispondere adeguatamente ai nostri bisogni, ai desideri per i quali si è atteso a lungo e invano risposte. Ma se la felicità consiste in quello che si dona, questa può essere possibile e immediata e tutti, anche i più poveri, sanno regalare un po’ di felicità a qualcuno.

Ai molti mendicanti, ai senza fissa dimora che ogni giorno frequentano la mensa Giorgio La Pira e che abitualmente stendono la mano chiedendo qualcosa, sia a Natale che a Capo d’anno è stato possibile compiere il miracolo di regalare molta di felicità.

Sono venuti in tanti a cercarmi; come al solito ho messo la mano in tasca per trarne una moneta. Molti di loro mi hanno detto: no! Oggi no! È Natale, ti regaliamo noi un abbraccio, come si fa con un amico. E lo hanno fatto con diversi altri. È successo pari, pari anche per il primo gennaio. Hanno fatto di me il prete più felice del mondo. Gli ultimi sanno dare ed essere felicità!

Allora, essere un augurio per gli altri significa fare della generosità, ma anche della cortesia, di un sorriso, di un abbraccio, di un pane condiviso, di una medicina regalata, il segno che ci rende riconoscibili, capaci di dare ciò che si è, più e prima ancora di dare ciò che si ha.

Siamo; possiamo essere tutti, un meraviglioso augurio di umanità bella, perché un sorriso, un bacio, un abbraccio da regalare a chi non ne riceve mai da nessuno, siamo tutti in grado di farne dono.

Che si possa essere tutti l’inizio di quel cambiamento e di quella felicità che tanto desideriamo.

don Marco