A Natale facciamo come Dio: diventiamo umani!

Famiglia sicuramente santa, quella di Nazareth! Ma  non per questo esente da fatiche e difficoltà, non messa al riparo dalle ferite e dalle violenze del suo tempo. In un paese occupato militarmente dai romani, oppressa da una religione che sembra una idolatria sacerdotale, povera di risorse come la gran parte delle famiglie del tempo e, questo, simile a tante famiglie del nostro tempo, di ogni tempo.

Se leviamo lo sguardo dai nostri capricci natalizi e guardiamo il mondo attorno a noi ci rendiamo conto che il Signore Gesù nasce sempre dentro la fatica e la sofferenza di una  umanità perseguitata, ferita, in fuga. Ma anche dentro i sogni e le speranze più belle e squisitamente umane. La famiglia di Gesù chiede semplicemente di essere accolta, abbracciata, amata. Niente di più umano eppure trova ostilità e rifiuto.

SILENZIO. PERDONO. LODE.

Partiamo da uno sguardo di fede. Fede è quel piccolo oggetto prezioso che gli sposi o gli innamorati si mettono reciprocamente al dito per dire tutta la bellezza e la grandezza di ciò che abita il loro cuore. Espressione di un immenso sogno o segno di grandi e dolorose ferite?

Oppure ancora sogno di una nuova possibile primavera nonostante i fallimenti, possibile speranza per chi non sa vivere senza un po’ di amore, senza qualcuno che ci cammini al fianco, e non si rassegna alla solitudine e al fallimento.

Fede come atteggiamento interiore, attesa che Dio, almeno Dio, sia nutrimento a una vita che vorrebbe essere generosa. Scoprire che forse non esiste un unico modello di famiglia e che i modelli da noi conosciuti non valgono staticamente per sempre e per tutti ma che vivono, crescono e camminano con la vita e, del vivere, ne assorbono miseria e nobiltà.

Affermazioni eretiche o semplicemente necessarie?

Il Vangelo di Luca ci presenta  i genitori di Gesù al tempio. Il Figlio, dono di Dio, a Dio viene offerto per un sogno più grande di quello che ci portiamo nel cuore come genitori, riconoscendo che i figli  sono affidati alle nostre cure e al nostro amore ma non sono mai cosa nostra, appartengono sempre alla loro vocazione.

Maria e Giuseppe vengono nella casa del Signore che viene loro incontro attraverso due creature intrise di vita e di Spirito, due anziani, Simeone e Anna, occhi stanchi per la vecchiaia e la lunga attesa, eppure giovani per il desiderio che si portano nell’anima.

La vecchiaia del mondo accoglie fra le sue braccia la giovinezza perenne di Dio. In quel cortile si compie una liturgia divina che è possibile a tutti; il vecchio Simeone prende tra le braccia il bambino Gesù e benedice Dio. E’ un gesto grandioso, carico di profezia, ed è possibile a tutti perché la benedizione non è semplicemente roba da preti ma gesto divino che ognuno di noi, uomo o donna, può compiere nella nostra umanità più vera.

E non vi è nulla di più profondamente umano e carico di divino di un vecchio che prende tra le braccia un bambino e benedice Dio, riconoscere la vita come dono Dio, dono prezioso affidato alle nostre menti, ai nostri cuori e alle nostre braccia che diventano il segno della vicinanza e della cura di Dio per ogni piccolo che ci viene affidato, per chi può vivere solo se accolto e amato: i bambini, gli anziani, i malati, i fragili.

Il vecchio Simeone pronuncia tre parole immense:” Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti, segno di contraddizione …”. Rovina, Risurrezione, Contraddizione, tre parole che fanno respirare la vita e sono profezia attualissima per ognuno di noi.

Tre parole che vogliamo commentare con i versi di padre Davide Maria Turoldo:

 Sii per me  rovina e risurrezione, Signore. Non lasciarmi mai nell’indifferenza. Tu Cristo mia dolce rovina che vieni a rovinare questo mio mondo fatto di maschere e di bugie, che rovini ogni vita illusa.

Contraddicimi, Signore: contraddici i miei pensieri con i tuoi pensieri, contraddici questa mia amata mediocrità, le sicurezze del Narciso che è in me, l’immagine falsa che ho di te.

Sii mia risurrezione, quando sento che non ce la faccio più, quando ho il vuoto dentro e il buio davanti; dopo il fallimento facile, dopo la fedeltà mancata, l’umiliazione bruciante. Risorgi in me, mio Signore, con  tutto ciò che ho amato e amo e che credo perduto per sempre”.

Noi lo sappiamo, la vita ce lo ha insegnato e ce lo ricorda tutti i giorni, che la Fede non ci esenta dalla fatica, dal dolore e neanche dai fallimenti. Sappiamo che la Fede non produce l’anestesia del cuore e del vivere, ma sappiamo anche che la Fede non ci lascia affondare nella paura e nella banalità del vivere.

Per questo Natale è una Grazia che ci rende pienamente umani, cioè capaci di accogliere il divino.

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