Commento al Vangelo dell’Immacolata Concezione: Lc. 1,26-38

Tra le feste care alla tradizione cristiana, quella di oggi è tra le più belle. Sia perché cade in un tempo prezioso come l’Avvento che ci fa camminare verso il Natale, sia perché, veramente il Vangelo di Luca ci viene incontro carico di Grazia e di annunci di felicità, felicità possibile a tutti perché non nasce dal nostro vissuto ma ci viene come dono dall’alto; nessuno escluso.

La tradizione popolare cristiana, chiama questa ricorrenza come la festa dell’Immacolata; cioè della donna senza macchia, della creatura senza colpa, di colei che non porta con sé conseguenze di peccato e, abbiamo innalzato la figura di Maria talmente in alto da restare, per noi, irraggiungibile.

Il Vangelo però, dice altro e molto di più.

“Rallegrati Maria, tu ricolma della Grazia divina, il Signore Dio guarda a te, il Signore è con te”.

Maria è colei che attende il compiersi del Sogno di Dio, attende il compiersi del Sogno di Dio vivendo umanissimamente la sua vita di giovane donna, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, Giuseppe a cui il suo cuore ha detto il suo primo “ Si”.

Accogliendo la proposta di Dio, Maria non rinnega il suo amore per Giuseppe ma lo completa e, sarà sposa di Giuseppe divenendo madre di Gesù il concepito per lo Spirito Santo.

Lo Spirito santo, potenza d’amore di Dio, di questo Dio che entra nella vita di chi lo accoglie, non per togliere ma per donare, non per limitare o ridurre ma per portare a compimento.
E canterà Maria: “Ha fatto in me cose meravigliose, ha fatto della mia vita un luogo di prodigi, ha fatto dei miei giorni un tempo di stupore.
Il canto di Maria nasce da una esperienza felice: “ha capito Dio”. La bella notizia, cioè il Vangelo che lei trasmette, narra di un Dio che compie meraviglie. Maria ci insegna la possibilità di vivere finalmente una religiosità felice, ci ricorda che la nostra riserva di gioia viene dalla meraviglia, dal saperci stupire per ciò che la mano di Dio compie nella nostra vita e nella grande storia del mondo.
L’Angelo del Signore dà un colpo d’ala alla vita di Maria, come alla vita di ognuno di noi. Ogni volta che il Signore ci rivolge la sua parola è come ci dicesse:  “in te ho riversato la mia misericordia, in te è la mia grazia, alzati e cammina verso la vita piena, vola alto, non con atteggiamento di vanità o di superiorità ma perché grande è il compito che ti ho affidato : abita questa terra, abita questo tempo e questa storia, abita questo paese in cui ti ho posto e abbi cura di tutto ciò che ti ho affidato. Non dominare mai il tuo prossimo ma mettiti a servizio del suo vero bene”.
L’Angelo del Signore ci assicura che “ Accogliere il Dio che viene” porta doni che cambiano la nostra vita e il nostro vivere, il nostro modo di rapportarci con Dio e con le persone, con la stessa natura di cui siamo custodi.

Anche per noi, come per Maria i segni dell’avvicinarsi di Dio sono:
si moltiplica la gioia, la paura si dissolve, risplende la vita.

1) Sii felice Maria, Dio ha posto in te il suo cuore. Il Vangelo è sempre una lieta notizia. Non ci è chiesto altro che di gioire della venuta del Signore, e di accoglierlo pienamente perché viene a noi con amore e per amore.

2) Non temere Maria. Per 365 volte nella Scrittura si ripete questa parola, come il buon giorno di Dio ad ogni nostro risveglio, un pane quotidiano per alimentare il nostro cuore.
Dio viene e per prima cosa ci libera da tutte le paure, soprattutto ci libera dalle paure che le religioni ci hanno dato. La peggiore di tutte è averci inculcato la paura di Dio, ma Dio non è da temere, Dio è da accogliere.

Il non temere conta molto per ognuno di noi; non temere se Dio non prende la strada dell’evidenza, dell’efficienza, della grandezza e del potere; non temere se Dio l’Altissimo, si nasconde nella carne di un neonato anziché nello splendore di un tempio, non temere questo Dio bambino che può vivere sole se tu lo accogli e lo ami.

3) Non temere questo Dio che, prenderà carne nella tua carne e vivrà per il tuo amore. Sarà felice se tu lo farai felice. Parole che fanno venire i brividi tanto sono sconvolgenti; un Dio e Signore che non si impone ma si offre come dono.

Per tre volte parla l’angelo, tre volte risponde Maria, prima con il silenzio e il turbamento, poi con il desiderio di capire, infine con il servizio.

Prima azione che Maria ci insegna è: ascoltare ciò che il Signore dice, anche se usa parole che sconcertano. Primo passo per chiunque vuole entrare in rapporto vero con Dio è mettersi in ascolto, qualunque sia il mezzo o il modo con cui Dio ci parla: uomini, angeli, natura: imparare ad ascoltare.

Con la sua ultima espressione Maria svela il nome vero di ciascuno di noi, il nome che dà nobiltà ad ogni persona credete è questo: ECCOMI! Mio Signore, ECCOMI disponibile a fare la tua volontà.

Una risposta a “Commento al Vangelo dell’Immacolata Concezione: Lc. 1,26-38”

  1. Il piacere della preghiera

    Libera riflessione e riduzione da una pagina strappata, quasi rubata da:

    “Dieci cammelli inginocchiati”

    Il fuoco è acceso nella stufa, la legna arde e manda un buon odore di casa, tengo tra le mani quasi appoggiato sul cuore, un libretto bellissimo di Ermes Ronchi: “Dieci cammelli inginocchiati, ed. Pime, variazioni sulla preghiera. Colgo una intuizione illuminate come un fulmine nella notte, “mi hanno educato alla preghiera come sacrificio, spesso come penitenza dopo la confessione, vorrei pregare, provarci almeno a pregare con il piacere! Trovare, provare il piacere della preghiera”!

    Come Gesù che era generosissimo nel lodare; per Lui la preghiera era sempre lode al Padre ma anche lode e apprezzamento di spezzoni di umanità, esperienze, a volte semplicemente frammenti di umanità di cui sapeva cogliere ed evidenziarne tutta la ricchezza, bellezza e splendore, che altri non vedevano ma che Lui sapeva cogliere.

    Come quando loda il Centurione romano (Mt 8, 5 – 10), quando loda Zaccheo il pubblicano (Lc 19, 9) o il lebbroso samaritano guarito (Lc 17, 18) o la donna cananea (Lc 8, 48) oppure la donna del profumo (Mc 14, 9). Portare la lode nella preghiera e, dalla preghiera esportare la lode nella comunità. Nella quotidianità di una vita che sembra banale, povera senza bagliori di trascendenza.

    Certo che non è sempre facile lodare, eppure nelle comunità, come nelle famiglie, dove non circola questo atteggiamento di lode reciproca e di sostegno all’altro, questo percepire gioia perché l’altro è ricco di qualcosa, sono destinate ad elidersi, a cancellarsi; accade che le persone si cancellano invece di sostenersi.

    Il piacere di pregare significa anche gustare la vita e pregare con la gioia di vivere, con l’umile piacere di semplicemente esistere. Attimi di preghiera silenziosa, di preghiera al di là della preghiera, come quando il cuore si infiamma: attimi di tensione creatrice e di fiducia rappacificante, quando arriva la luce attraverso gesti di verità e di bellezza, quando per la dolcezza e la tenerezza di una presenza amica senti battere il cuore degli eventi, quando in un incontro vero scopri l’oceano interiore di uno sguardo che ti accarezza il volto, e l’altro lo percepisci come un miracolo, quando senti le vene gonfiarsi di vita. Sentire che lì è preghiera.

    Quando ti unisci al respiro della terra e senti in te il risveglio della primavera, senti in te il Cantico dei Cantici nello sbocciare di un amore che ti cambia l’esistenza, quando l’umile e semplice piacere di esistere ti fa sentire come un germoglio dell’universo dove Dio ha impresso il suo sigillo, il piacere di esistere può diventare il Cantico del tuo Magnificat e scoprire che veramente Lui compie in te grandi cose, e senti nascerti dentro quasi il bisogno di una liturgia fisica, di una danza, di una lode a Colui che ha fatto bene ogni cosa (Mc 7, 37).

    Questo è pregare con la propria vita, con i propri affetti, come un papà che danza con il figlio in braccio, con le emozioni e i sentimenti, lì è pregare e pregare con la propria storia, con la propria quotidianità, questo è liberare la preghiera perché tutta la vita diventi finalmente lode al Signore.

    Per   fare questo abbiamo bisogno di silenzio intorno e dentro di noi, abbiamo bisogno di ascolto, magari del silenzio di una foresta, di camminare sui sentieri di montagna o semplicemente passeggiare nel giardini della propria anima, liberi da distrazioni e dispersioni. Pregare è sempre un rapporto di intimità profonda con Colui che si ama. Con Colui al quale diciamo ad ogni risveglio:   “di te Signore ha sete la mia anima.”

    Marco

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